Sfoghi e confessioni di un regista pericoloso: Jafar Panahi racconta il suo mondo e la sua prigione tramite “Un Semplice Incidente”.

Questa è una confessione. Conoscevo Jafar Panahi di fama, come si conosce un gigante del cinema la cui ombra si proietta ben oltre i confini della sua terra natale, l'Iran. Ne conoscevo la storia, la dissidenza, il coraggio. Eppure, devo ammetterlo, "Un Semplice Incidente" è stato il mio primo, vero e proprio incontro con la sua opera. E che incontro. Non è stato un caso che io abbia comprato quel biglietto. Non è stato un caso che mi sia seduto in sala per assistere a quello che, senza iperbole, ritengo uno dei migliori film dell'anno. E con ancor meno dubbi, uno dei più importanti. Mi sento fortunato a vivere in un'epoca in cui qualcuno realizza opere così potenti che parlano di tempi così devastanti. Fa male vedere questo mondo crudele e confuso riflesso sullo schermo, ma il lavoro di Panahi ci ricorda anche che possiamo creare cose meravigliose, che si tratti di arte, gesti, decisioni, o un film. E di questo, gli sono profondamente grato. Prima di immergermi nel film, è impossibile non soffermarsi sul contesto. Mi permetto, anche solo per un istante, di zittire una retorica, un'accusa artistica che ogni tanto viene mossa a registi come Panahi, quella che suona più o meno così: "I suoi film sono acclamati solo per la questione politica, per il suo status di dissidente, per il suo coraggio, per solidarietà". Posso parlare solo della mia reazione, quella di uno spettatore che ammira il suo recente lavoro post-arresto ma che, per riflesso, diffida del cinema che subordina la forma a messaggi monolitici o che dice al pubblico ciò che pensa voglia sentirsi dire politicamente. La verità è che i film, tutti i film, esistono in riferimento al contesto in cui sono stati realizzati. Qualsiasi tentativo di disconnettere interamente il contenuto dal contesto è destinato a fallire e, inoltre, può accecare di fronte ai veri punti di forza di un'opera. E sì, Jafar Panahi è, indiscutibilmente, uno dei registi più coraggiosi attualmente in attività. Quello che Panahi ha compiuto con "Un Semplice Incidente" va oltre il cinema. Dopo essere stato arrestato nel 2010, condannato agli arresti domiciliari e colpito da un divieto di vent'anni di girare film e viaggiare, la maggior parte delle persone si sarebbe fermata. Panahi no. Ha rischiato tutto: la sua libertà, la sua sicurezza, la stabilità della sua famiglia, per continuare a creare. Questo, da solo, lo rende uno degli artisti più coraggiosi in vita. Ha persistito, dirigendo film in clandestinità, opere autobiografiche contrabbandate fuori dal paese, come "Gli orsi non esistono" del 2022. Nello stesso anno, è stato nuovamente arrestato mentre stava per testimoniare contro l'incarcerazione del collega dissidente Mohammad Rasoulof. "Un Semplice Incidente" è il suo primo film dopo quel rilascio e la (teorica) revoca del divieto. E se non suona come l'opera di un regista finalmente liberato dai vincoli, è una scelta deliberata. Invece di cercare il permesso, Panahi ha ancora una volta realizzato un film al di fuori del quadro legale e ufficiale del paese, assicurandosi che dicesse la verità al potere con un'urgenza desolata.

La giuria di Cannes gli ha conferito la Palma d'Oro, rendendolo solo il quarto regista nella storia a completare la "tripletta" dei massimi riconoscimenti di Cannes, Venezia e Berlino. Eppure, quando si conosce il contesto, il premio sembra quasi secondario. La vera vittoria è che questo film esista. Nonostante il titolo, è difficile trovare un film più controllato, più meticolosamente calibrato, di "Un Semplice Incidente". Fin dall'inquadratura iniziale, un lungo piano sequenza che salta completamente i titoli di testa e imposta il tono, siamo completamente nella morsa dell'autore iraniano. La scena si apre su una famiglia di tre persone: un marito alla guida, Eghbal (Ebrahim Azizi), la moglie incinta (Afssaneh Najmabadi) e la loro figlia in età prescolare (Delmaz Najafi). Stanno viaggiando di notte su una strada sterrata. La bambina saltella sul sedile posteriore seguendo la musica pop ad alto volume della radio. È un dolce quadretto familiare che viene interrotto bruscamente quando il padre investe un cane. Nonostante la tristezza della figlia per l'animale, la madre rimane impassibile. Incolpa Dio e la mancanza di lampioni, che rendono gli animali prede comuni su quella strada. "È stato solo un incidente", dice. Ma come per le creature la cui vita viene distrutta su quella strada, in virtù di questa sfortuna, le loro vite stanno per essere irrevocabilmente deviate. Pochi chilometri dopo l'impatto, la loro auto si ferma fuori da una modesta fabbrica. Un dipendente si offre di riparare l'auto mentre il suo collega, Vahid (Vahid Mobasseri), un uomo timido e mite, è al telefono in un retrobottega. Prima ancora di vedere il conducente, Vahid sente qualcosa. Un suono. Il fruscio e lo scricchiolio distintivo di una gamba protesica. Il suo fare mesto e mite svanisce, e al suo posto, un sentimento, qualcosa di più inquietante lo assale. Si nasconde dietro l'angolo per guardare meglio. Dal suo punto di vista, vediamo solo le gambe dell'uomo mentre cerca una cassetta degli attrezzi. Vahid è convinto che quest'uomo, Eghbal, non sia un semplice civile, ma il soldato della Guardia Rivoluzionaria che anni prima lo ha torturato in prigione. "Un Semplice Incidente" è in tutto e per tutto un film sulle prigioni. Non solo quelle di mattoni e sbarre, ma quelle che il tempo e la memoria costruiscono per noi, e le chiavi psicologiche, quasi introvabili, che servono per liberarci. Come si fa a rimanere umani quando la propria umanità è stata sistematicamente smantellata? Come si può non ricorrere agli stessi strumenti logori dell'opposizione? Sembra che sia tutto ciò che resta. Ciò che accade da questo momento in poi è la consapevolezza di essere stati preparati per qualcosa di profondamente sconfortante. Inizia con quel semplice suono, lo scricchiolio della protesi, ma si espande fino a includere le implicazioni terrificanti che derivano dal torturare un uomo. Questo è più che sufficiente perché il film si attacchi alla pelle. Vahid, spinto da un bisogno di certezza, segue la famiglia e il giorno dopo rapisce Eghbal. Nonostante questa drammatica confusione, la macchina da presa osservante di Panahi e del direttore della fotografia Amin Jafari ci legano emotivamente alle vite e ai desideri di entrambi i personaggi, prima di svelare le loro psiche in modi sorprendenti. Eghbal nega in modo convincente qualsiasi conoscenza della tortura di Vahid, e il film ritarda nel chiarire l'ambiguità, spingendo i suoi personaggi in un dilemma sempre più assurdo man mano che lo tengono prigioniero. Per esserne sicuro, Vahid cerca l'aiuto di altri ex detenuti, che a loro volta lo indirizzano verso altri che potrebbero confermare o smentire l'identità di Eghbal. Il compito è complicato da una pratica comune del regime: bendare i prigionieri politici. I personaggi principali del film sono lasciati a brancolare nel buio, letteralmente e metaforicamente. Il risultato è una precaria avventura on the road che raduna dissidenti litigiosi per un atto di vendetta sconsiderato. Dietro questo racconto da commedia nera, a tratti esilarante e grottesco, si nasconde una versione sinistra e molto più straziante di "Aspettando Godot", dove i personaggi sono in attesa di una giustizia e di una risoluzione spirituale che potrebbero non arrivare mai. I paragoni con le opere dei fratelli Coen sono inevitabili, data la commistione di umorismo situazionale e tensione strisciante. Tuttavia, Panahi non è tipo da rifuggire dalle conseguenze della violenza, senza però sentire il bisogno di ricorrere a immagini esplicite. Ciò che colpisce di più nella presentazione di "Un Semplice Incidente" non è solo il fatto che Panahi mostri come la brutalità del regime abbia colpito gli ex prigionieri, ma come lo trasmette. Buona parte del film è anche molto divertente, ed è realizzata in modo tale da farci davvero affrontare la gravità della situazione. Il film è una meditazione tesa e carica di suspense sulla moralità, la coincidenza e la vendetta, che presto si trasforma in una rabbia genuinamente sommessa contro il regime iraniano. Una rabbia che ha bisogno di essere espressa e portata avanti come giustizia per tutti gli orrori inflitti a coloro che hanno sofferto. Ma lo scenario è molto più complicato di quanto sembri.

C'è un tormento silenzioso che si ritrova in ogni anima presente in questo film. I piani sequenza che diventano impercettibili e la sensazione di aridità che pervade ogni silenzio portano con sé qualcosa di estremamente doloroso. La sua posizione sulla vendetta morale, sulla giustizia, sulla perdita è straziante nelle contraddizioni sociali ma allo stesso tempo impossibile da ignorare. Tutte queste persone sono collegate da una rete di dolore e tormento da cui non si libereranno mai. Non possono dimenticare; sono costretti a essere tormentati dai ricordi. Come dice il film stesso, sono già morti. Morti che continuano a vivere. Jafar Panahi dirige magistralmente questa discesa all'inferno, con un'attenzione rigorosa alla moralità dei personaggi, lasciando che l'insostenibile tensione si dipani tramite interpretazioni ricche di sfumature, fino a quando il punto non viene finalmente raggiunto in un indimenticabile terzo atto. Dal punto di vista tecnico, il film è una lezione di moderazione. Ho contato tre, forse quattro, scene, di oltre dieci minuti senza il minimo stacco di montaggio. Ero costantemente in bilico, non tanto su chi avesse ragione e chi torto, ma su come far valere la propria ragione quando non ti resta più nulla. La sceneggiatura è così ricca. Il ritratto di come la violenza faccia deragliare le nostre vite, deformi la nostra umanità e ci intrappoli in un ciclo, è esplorato intimamente. Pieno di battaglie dialogiche teatrali ambientate in singoli luoghi, Panahi ci fa accomodare nelle emozioni dei suoi personaggi e sentire ogni singola cosa che provano. La colonna sonora è quasi assente. Penso che non ci fosse musica in nessun punto, tranne la radio dell'auto nella scena iniziale, eppure sono rimasto affascinato per tutta la storia. Le interpretazioni dell'intero cast, ma specialmente di Mobasseri, Azizi e Mariam Afshari, sono state ai miei occhi di livello assoluto. Davvero alcune delle più sentite e sofisticate dimostrazioni di recitazione a cui abbia avuto la fortuna di assistere e lo dico da persona che ha visto il film doppiato in italiano. L'uso dell'illuminazione, in particolare del rosso in una scena specifica, è stato fantastico. Vahid Mobasseri in particolar modo è straordinario: stoico, illeggibile all'inizio, ma mentre il viaggio si svolge, i suoi occhi iniziano a tremare di un dolore che riesce a malapena a contenere. Le donne nel film, per la maggior parte, non indossano il velo, il che di per sé viola la legge locale. Questo, considerando che giravano tutto in segreto con una troupe ridotta, rende le loro interpretazioni non solo sbalorditive, ma anche coraggiose. E poi arriva l'atto finale. La resa dei conti. Una culminazione di sguardi e colpe. Panahi non ha fretta. Non lo spettacolarizza. Invece, lo lascia svolgere con brutale onestà. Solo persone, faccia a faccia, in piedi sull'orlo di qualcosa di irreversibile. Il momento culminante di Mariam Afshari, in particolare, mi ha portato alle lacrime. Panahi mette in scena quella che sembra una risposta diretta alle domande che ha posto, solo per lasciare che tutto si fermi in modo scomodo, uno spettro inquietante di incertezza. E poi, ci dà ciò che non ci aspettiamo: vendetta, catarsi, e il loro esatto opposto, un corto circuito tale da ribaltare ogni presupposto che ci siamo portati dietro fino a quel momento. Mi ha lasciato senza fiato. Il modo in cui la camera si muove (o non si muove) per manipolare la prospettiva su chi detiene davvero il potere nella resa dei conti. Il momento non deve più essere sottile, ma rumoroso, deve riecheggiare. Porta a chiedersi: esiste mai il vero perdono? Se esiste, potrà mai essere compatibile con la giustizia? Come andiamo avanti, se non riusciamo a trovare una risposta? Anche senza essere particolarmente esperto del regime politico o dei conflitti sociali in Iran, Panahi è riuscito a immergermi nella realtà umana e sociale di ogni personaggio, senza rendere il trauma "a favore di grande pubblico". Realizzando che in mezzo a persone puramente buone o cattive, trovi solo persone spezzate, e, nonostante ciò, che la gentilezza può ancora emergere anche nelle circostanze peggiori, la commozione è sorta spontanea. Ma il finale non risolve: tormenta. Lascia una porta perennemente aperta, non solo per i personaggi, ma per noi. Ci chiede di fare i conti con noi stessi, di sederci con l'ambiguità morale e la complessità umana. Questo film mi ha spezzato nel modo più dolce possibile. E quando lo schermo è diventato nero, non sapevo se piangere, rimanere in silenzio o riavvolgere la scena finale solo per sentirla di nuovo. "Un Semplice Incidente" parla di trauma, sì, ma anche della possibilità della compassione. È una storia che viaggia attraverso la vendetta solo per atterrare, dolente e incerta, tra le braccia dell'empatia e al contempo chiudersi con uno dei finali più agghiaccianti di tutti i tempi. Quell'inquadratura finale, e il suono ad essa associato, mi perseguiteranno per molto, molto tempo. Non è stato un caso che io abbia comprato quel biglietto per il mio primo Panahi. E l'orrore al centro di questa storia, quello scricchiolio, non è stato "solo un incidente".
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
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