Siamo vivi e neanche lo sappiamo: Sorry, Baby

18.01.2026

Gli esordi sono difficili, specialmente gli esordi che arrivano da un contesto cinematografico ed editoriale "piccolo", magari dal circuito indipendente, magari da qualche festival rivestito dalla cassa di risonanza molto stretta, dove per un paio di settimane pare che vengano presentate solo nuove promesse del cinema (tendenzialmente americano) che al loro esordio o comunque tra i primi titoli della loro filmografia, sfornano solo capolavori imprescindibili per la futura storia del cinema che poi però vengono a malapena distribuiti a livello internazionale e se vengono distribuiti hanno un impatto simile ad un soffio di vento in una giornata d'inverno. "Sorry, Baby" di Eva Victor, almeno in partenza, ha tutti gli ingredienti per essere tranquillamente annoverato in questa lista di meteore: esordio alla regia, scritto e anche interpretato dalla stessa Victor, prodotto da un regista affermatissimo nell'industria come Barry Jenkins ("Moonlight", "Se La Strada Potesse Parlare", "Mufasa – Il Re Leone"), presentato prima al Sundance e poi a Cannes, inondato di plausi a non finire per, appunto, regia, sceneggiatura e performance del cast intero, distribuito tra l'estate e l'autunno negli USA, comprato e distribuito da I Wonder Pictures in Italia per un'uscita a metà gennaio, mese ricco di film della stagione dei premi. Questo iter comunicativo e distributivo, soprattutto per chi guarda film e segue festival da un po' di anni, è veramente una strada già percorsa, fatta di plausi estesi che si traducono spesso e volentieri in un nulla di fatto, o quantomeno in bei film, ben realizzati sicuramente, ma che si ritrovano schiacciati non solo dalle grandi ambizioni trasmesse tramite piccoli mezzi, ma anche dallo stesso circo mediatico che li pone i pole position per una competizione, una corsa al premio, che non vincono mai e mai avrebbero potuto, dove nei casi peggiori questi talenti promettenti si bruciano e consumano prima ancora di potersi mettere davvero in mostra. Adesso non conosco il futuro del film, né quello della carriera di Eva Victor, ma c'è un motivo per cui mi sono cimentato in questo preambolo, e quel motivo lo si trova nel film stesso: "Sorry, Baby" NON è, in alcun modo, il solito esordio, il solito film uscito dal Sundance e passato per festival, il solito film fatto per un'industria che se la canta e se la suona raccontando storie falsamente "vicine" alla gente comune ma pregne di un tanfo privilegiato che rendono il tutto più artificiale. So benissimo di star affrontando già una prima contraddizione, essendo la Victor una donna di buon curriculum e contatti nell'industria, ma il suo operato spicca sui tanti colleghi che hanno tentato il loro "big shot" con questo tipo di storie, non tanto per cosa racconta ma per come usa e sfrutta sapientemente il suo privilegio e tramite quale filtro racconta la storia che ha scelto di narrare. Ma di cosa parla questo film ? Parla di Agnes (Eva Victor), una giovane professoressa di letteratura inglese in un'università di Fairpoint, paesino isolato del New England. Vive sola, con il suo amato gattino grigio, e la seguiamo mentre riceve la visita di Lydie (Naomi Ackie), ex co-inquilina e amica strettissima di Agnes, che porta con sé un lieto annuncio, la sua gravidanza. Questa visita permetterà alle due di spendere del tempo di qualità e soprattutto passeggiare nella strada dei ricordi. Un incipit tutto sommato gradevole, con due attrici che sin dai primi minuti mostrano una chimica invidiabile, dove la Victor è asciutta e delicata come una giovane Tilda Swinton mentre la Ackie è il contraltare spumeggiante, radiosa di un carisma che non le è mai mancato (se non l'avete visto recuperate "Mickey 17" di Bong Joon Ho, dove nel cast lei spicca in particolar modo), ma nulla di particolarmente strabiliante o eccezionale, almeno fino a questo punto.

Superato il delizioso ma "normalissimo" prologo, dove viene dato giusto un assaggino del film e delle abilità di chi lo ha realizzato, "Sorry, Baby" inizia per davvero: quando avvengono eventi dalla portata sismica, una parte della risposta razionale umana è compartimentare, perfino scherzare sul trauma. Allo stesso modo in cui ridiamo di noi stessi e proviamo a far finta di niente quando inciampiamo su di un marciapiede, trasformando la goffaggine in una specie di corsetta improvvisata, come se fossimo inciampati apposta, per molte persone viene spontaneo addossarsi la colpa di quando gli ostacoli ci si piazzano davanti. Non sempre abbiamo il lusso di prenderci una pausa per elaborare lo shock. Le bollette vanno pagate, le carriere vanno curate, il gatto va nutrito ecc... L'idea di avvicinare il dolore con le spallucce alzate andando avanti è, troppo spesso, l'opzione più facile. Questo film è insieme esilarante e straziante perché ritrae alla perfezione sia il dramma sia i momenti comici della vita, nonostante la situazione atroce incontrata. Viene costruito un dramma straordinario che diventa un ottimo studio su un personaggio, sul trovare modi per andare avanti, con dialoghi, dinamiche tra i personaggi, interpretazioni e una direzione del tono e dell'atmosfera costantemente eccellenti. La recitazione è una masterclass di performance quieta e radicata. C'è una scena in cui la protagonista tiene un monologo nella vasca da bagno e non sembra che stia recitando delle battute: siamo con lei in quel ricordo, vediamo ciò che ha visto. Ho avuto l'impressione che alcune parti del film possano essere state improvvisate, ma se è così, ha solo aggiunto realismo. L'intero film ha una qualità vissuta, organica. La vicenda di Agnes si mostra al pubblico con un approccio originale e disarmante nella sua autenticità al tema del trauma e al continuo saliscendi che ne deriva, attraversando ogni svolta di tono con un'onestà e un'empatia travolgenti. È sorprendentemente esilarante senza mai perdere di vista il cuore e l'anima della storia, ed è sincero senza mai sacrificare il suo sottile, sornione senso dell'umorismo. La Victor è al suo primo film e, ai miei occhi, è già una narratrice magistrale, e la costruzione, meravigliosamente sottile, che conduce alla rivelazione del significato del titolo è tutta la prova del talento di cui si ha bisogno. Un debutto solidissimo, di una sicurezza impressionante, incredibilmente fiducioso. Ha una sorta di neorealismo "medio borghese" nel registro, un senso del tono, del movimento nel tempo e una sensibilità personale che ricordano quanto vivi e accesi possano essere questi film, come se respirassero. Lei brilla in ogni ruolo trovando un equilibrio incredibile tra dramma pesante e commedia arguta. Se questo è l'aspetto del suo primo lungometraggio, posso solo immaginare la grandezza che consegnerà negli anni a venire. Un controllo del tono davvero incredibile: un minuto è divertentissimo, quello dopo ti spezza il cuore, quello dopo è terrificante. È una storia vera. Il film privilegia l'onestà pura rispetto ai colpi di scena spiazzanti. È geniale nell'iniettare un umorismo situazionale molto asciutto in momenti inattesi. Un racconto paziente, mai forzato, che prospera nei dettagli. È ammirevole, per certi versi, quanto questo film sia piacevolmente disordinato e onesto. È bello vedere la vita che continua in un film che non affronta questo tema con un'impostazione schiacciante e cupa. È il tipo di racconto che non prende mai la strada ovvia: ogni deviazione è vitale nel modellare il suo tono elusivo e inflessibile anche quando l'energia quasi non si alza mai oltre un sussurro. È notevole quanto rapidamente riesca a passare da momenti intimi e accoglienti a visioni gelide e silenziose.

Non riuscirò a smettere di ripensare ad un fotogramma fisso di una sequenza ambientata davanti alla casa di un professore, un personaggio che appare poco ma che svolge un ruolo chiave, mentre il giorno scivola nella notte, e alla guida di Agnes in viaggio di ritorno, muta, incorniciata dal nostro punto di vista statico: uno scenario che presenta una situazione effettiva minuscola e asciutta in un contesto che appare immediatamente straziante. C'è un momento in cui un personaggio dice alla protagonista che tre anni non sono poi così tanti per superare una delle cose peggiori che possano capitarti, e anche lì, uno scambio di battute semplicissimo che ho trovato rivelatorio. È difficile da descrivere senza spoilerare, ma wow: che momento, in un film così ricco e raffinato dall'inizio alla fine. Un'interpretazione splendida, divertente e originale di un tema che spesso viene trattato con austerità. Avrei potuto guardarlo per almeno un'altra ora. Ogni scena è un tesoro. Tecnicamente parlando, come molti film A24, è girato magnificamente. C'è pochissima musica, ma Victor usa il silenzio in modo eccellente per rappresentare visivamente la psicologia del personaggio. La scrittura, nel bilanciare serietà e umorismo nero, gran parte del quale nasce dalla personalità bizzarra di Agnes, non liquida mai davvero il suo trauma con quelle frasi trite e ritrite sulla forza nel dolore, sui diamanti grezzi nati dalla pressione, tutta quella narrativa amata dai millennial. Eppure, è come se fosse implicito nel modo distaccato con cui affronta l'evento che sorregge il debutto, secco e intimista, di Victor. Agnes non nomina esplicitamente l'incidente con cui sta lottando, e non deve farlo. Dall'inizio dei tempi, storie, scritture, film, televisione, poesie, canzoni, discorsi, dipinti e il telegiornale hanno già fatto quel lavoro al posto suo, identificando quella violenza con una freddezza così morbosa che le persone a cui accade vengono quasi rimosse dalla propria esperienza. Dare un nome all'atto, almeno nel caso specifico si questo tono e questo racconto, significa rischiare che uno sconosciuto ti ripulisca via l'umanità e ti trasformi in una statistica. A volte è più facile tenere l'angoscia come qualcosa di senza nome e senza forma, come fa Victor nel film: "a Agnes è successa una cosa brutta". Ma, come Agnes impara, trasformare il trauma in un'entità amorfa ha anche i suoi svantaggi. "Sorry, baby" non è un film sull'atto e chiamarlo "violenza sessuale", incasellandolo in un sottogenere dell'arte su questa violenza, sembra quasi antitetico rispetto alla sceneggiatura ponderata: è un film sulla persona a cui è capitato. E, come Agnes scopre presto, un trauma così è gestibile un giorno e insopportabile quello dopo. Ciò che conta è come attraversiamo quei momenti atroci e chi teniamo nella nostra orbita per stringerci la mano quando ne abbiamo bisogno. E con questo film Victor ha costruito un rifugio cinematografico, un film che può fare le veci, in assenza di un amico, e abbracciarci con il suo calore per tutto il tempo che serve perché il dolore passi. Ci sono domande che possiamo sentire Agnes porsi in silenzio,"ero intelligente?"; "ero speciale?"; "il mio lavoro ha valore, o era solo un mezzo per arrivare a un finale violento?" domande a cui Victor non ha bisogno che Agnes risponda ad alta voce. Agnes è attraversata da dubbi e apprensione, e al tempo stesso travolta dalla paura di essere desiderata da una figura che non può vedere. La pressione di tenere insieme tutti questi sentimenti è troppo. Altre volte, invece, è nulla. Agnes non è più brava di prima a prevedere cosa porterà una giornata; sta solo imparando a essere più attrezzata. "A volte è tanto, stare qui," le dice a un certo punto Lydie, riferendosi alla nube del trauma che va e viene. Agnes si ferma per un attimo prima di aggiungere: "È tanto essere ovunque." Victor coglie qualcosa di incredibilmente reale, eppure per sempre opaco. È tutto tanto: essere vivi, reggere tutte le nostre esperienze, brutte e belle, e andare avanti. Ovunque tu vada, eccoti lì, e Agnes lo sa bene quanto lo sappiamo noi. Per quanto la storia sia di Agnes, il modo in cui Victor la racconta è singolarmente universale. In un momento in cui spesso sembra che ognuno pensi solo a sé, Victor ha fatto un film così onesto che sembra, per quanto suoni cliché, un abbraccio da parte di un amico. Forse è questo che ci serve: qualcosa o qualcuno che ci fermi di colpo e ci ricordi che va bene prendersi un attimo e sentire tutto, prima di rimetterci in cammino. Essere chiamati a trattenere la propria umanità è un peso così enorme che, a volte, tutto ciò che possiamo fare è ridere per farlo sembrare un po' più leggero. Questo film non ha paura di entrare nel buio e cercare i punti in cui la luce riesce ancora a filtrare. Lo sguardo del film cattura la complessità della lotta, un viaggio di guarigione, di nuova vita, con umorismo e onestà; procede con cura, in un equilibrio delicato di emozioni raro. È un film che affronta il difficile: una storia di resilienza, di trovare abbastanza forza per muoversi. È una testimonianza della potenza dello spirito umano: un percorso di guarigione attraverso le notti più buie.

Questo sarà il film più importante che qualcuno vedrà, e spero che lo aiuti nel suo viaggio.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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