Speak No Evil: un remake intelligente

Uno dei remake più velocemente prodotti e sfornati, caldo caldo per le pance del grande pubblico mainstream che, soprattutto qui in Italia, non ha potuto nemmeno vedere l'originale perla danese sul grande schermo, si ritrova ad essere un affascinante esperimento sulla comunicazione. Attraverso il suo Speak No Evil, James Watkins instaura un dialogo sulla lingua, sulla glottologia del cinema di genere e sulle fondamentali incomunicabilità che portano due film di fatto uguali (almeno per 2/3) a essere profondamente diversi. Il film originale del 2022, diretto da Christian Tafdrup, intitolato Gæsterne che letteralmente significa "gli ospiti" e adattato internazionalmente come Speak No Evil è una meditazione su delle differenze culturali e geografiche radicali, così tanto da trasformare una vacanza tra amici appena conosciuti in un incubo, una lenta e inesorabile tortura, inconcepibile nella violenza cui giunge nella sua conclusione, violenza che però è ineluttabile proprio a causa degli atteggiamenti dei protagonisti verso i loro stessi aguzzini, che appunto permettono che il male sia compiuto su di loro. Nel remake del 2024, per quanto accadano bene o male le stesse cose e alcune scene siano ricostruite alla stregua dello shot for shot, il contesto cambia radicalmente: le coppie protagoniste non sono più personificazioni di dissidi e differenze culturali ma ideologiche, non è più la mite sottomissione della Danimarca contro l'eccesso esuberante dell'Olanda, ma un qualcosa di più domestico, di intimo e casalingo, dove lo scontro è tra bravi mariti, brave mogli, bravi padri e madri, bravi partner e tutte quelle medagliette che ci diamo quando ci comportiamo bene o in modo "onesto e senza filtri". Esplora la tossicità delle finte buone maniere al tempo della therapy speak e di Andrew Tate, dove essere brave persone diventa una gara. Non è un caso che questo remake vada a dare proprio ai bambini, figure evangelizzate in modo disgustoso da una certa retorica mediatica contemporanea, le parti più adulte e mature. Non sarà un film perfetto, nascerà sicuramente dalle più becere esigenze commerciali di Jason Blum e compagnia, però nel momento in cui si deve prendere un'opera brillante e anapologetica nella sua cattiveria, riadattarla ai palati e alle esigenze del grande pubblico e di fatto "alleggerirla" di quella cattiveria, che lo si faccia come hanno fatto in questo caso, dove alla meglio hai un interessante film fratello e termine di paragone per temi e stile, alla peggio hai un thriller divertente, un po' scemo e con dinamiche esageratissime ma dal ritmo serrato e attori in forma smagliante.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)