Storia vera di chi lotta, Storia falsa di un film, memoria di un uomo: L’ Agente Segreto

10.02.2026

Scrivere di "L'Agente Segreto", l'ultima, monumentale opera di Kleber Mendonça Filho, non comporta semplicemente il gesto di raccontare la trama di un film. È tentare di descrivere un organismo vivente, pulsante, un archivio cinematografico che respira con i polmoni della storia e batte il cuore al ritmo della memoria collettiva. Il 2026 è cominciato da poco, ormai lo uso sempre come disclaimer, ma è già chiaro che questo film, uscito nel 2025, non solo dominerà la discussione critica nel corso dell'anno ma si imporrà come una delle opere politicamente e cinematograficamente più importanti del decennio. In 161 minuti di puro, dirompente cinema, Mendonça Filho non racconta solo il Brasile del 1977, un "tempo bizzarro pieno di eventi bizzarri" come recita l'incipit, ma forgia un'arma di resistenza culturale, un manuale di sopravvivenza per un presente che ha dimenticato come si leggono le pagine nere del passato. E lo fa re-insegnando quella storia, tramite il racconto delle testimonianze, dello studio, dell'ascolto, ma soprattutto attraverso la più pura delle magie, più forte di ogni totalitarismo: quella del Cinema stesso.

La trama, in apparenza, potrebbe sembrare il canovaccio di un thriller politico classico. Siamo nel pieno della dittatura militare brasiliana. Marcelo, interpretato da un Wagner Moura intenso e sottratto a qualsiasi facile iconismo, è un ingegnere accademico che arriva a Recife in occasione del carnevale. Il suo unico obiettivo è riabbracciare suo figlio, ma presto, con un groviglio di ansia che tiene stretto allo stomaco, si accorge di essere seguito. "L'agente segreto" del titolo non è uno 007 alla James Bond, ma un uomo in fuga, perseguitato, un rifugiato politico che cerca di nascondersi con l'aiuto di una stravagante e coraggiosa signora, Donna Sebastiana (un'indimenticabile Tânia Maria), e che anela alla normalità perduta di una carezza paterna. Attorno a lui, la città esplode nel carnevale, una festa che, come tutte le feste, cela gioie e violenze, maschere e verità crude. C'è un suocero, il signor Alexandre (Carlos Francisco), proiezionista in un cinema; ci sono spie, sicari, e sì, ci sono anche squali, sia in mare che, metaforicamente, tra gli uomini. Ma ridurre L'Agente Segreto a questa sinossi sarebbe come descrivere un uragano menzionando solo il vento. Perché Mendonça Filho, che ricordiamo come il visionario regista di opere come Aquarius (2016) e Bacurau (2019), costruisce qui un'architettura narrativa di una complessità e di una ricchezza vertiginose, un caleidoscopio in frantumi di storie, tempi e generi che aggredisce la Storia con violenza e rifiuta qualsiasi facile riconciliazione. Il film si apre con una sequenza che è un manifesto poetico e terribile della sua intera operazione. Mendonça pone in diretta correlazione immagini di repertorio di show televisivi brasiliani dell'epoca, colorati e frivoli, con in sottofondo musica caraibica, all'immagine di un cadavere in putrefazione, abbandonato da giorni in un'area di servizio, banchetto per cani randagi. La vita che procede, spensierata e commercializzata, e la morte politica, ignorata, nascosta, dimenticata. Questo iato, questo strappo nella realtà, è il territorio in cui il film si muove. È il primo di una serie di cambi di tono, di registro, di umore con cui Mendonça Filho manipola il racconto, giocando continuamente con le aspettative dello spettatore. Si passa con fluidità sconcertante da momenti di suspense claustrofobica a situazioni surreali, da battute comiche (c'è tutta una sequenza che ha come protagonista una gamba pelosa autonoma che è un capolavoro di surrealismo e ironia nell'attenuare il dolore scenico) a quadri grotteschi e di orrore puro, in un montaggio che esegue ellissi temporali morbide, intrecciando presente, passato e perfino un futuro prossimo della narrazione, come se il film stesso cercasse di ricordare e prevedere simultaneamente. Questa natura proteiforme non è un semplice gioco narrativo, un divertissement postmoderno. È la sostanza stessa del discorso di Mendonça Filho. "L'Agente Segreto" è un film di tracce disperse, frammentarie, contraddittorie. Non a caso si apre con le voci di due speaker radiofonici, affidando il suo racconto a voci intercettate, testimonianze, documenti mancanti. La storia si costruisce anche attraverso la musica popolare dell'epoca, i giornali dell'epoca (con le loro assurde cronache che sembrano esondare dalla fiction, come la gamba mozzata trovata in bocca a uno squalo che si risveglia e compie una strage omofoba in un parco notturno), le letterine e i disegni di un bambino a suo padre. E soprattutto, attraverso il cinema. La sala di proiezione di cui Alexandre è il sacerdote non è solo un rifugio, ma un nodo cruciale della rete di cospiratori. La scelta di rendere il proiezionista una figura chiave è, a modo suo, un'espressione del potere immaginifico e politico della settima arte. Il film è un palinsesto di citazioni grafiche che danno profondità al contesto scenico e alla psiche dei personaggi: da Lo squalo di Spielberg, la cui paura invasiva si riverbera nella dittatura, al King Kong di Guillermin, da Omen – Il presagio di Donner (con una donna che, in un momento folgorante, rimane "posseduta" al cinema per aver visto proprio quel film) fino al nostro Pasqualino Settebellezze di Lina Wertmüller. L'immaginario dei film dell'epoca esonda nella realtà, la plasma, la interpreta, offre un linguaggio per dire l'indicibile. Mendonça Filho ci ricorda che in un regime totalitario, dove la verità è la prima vittima, il cinema diventa un archivio segreto, un codice per preservare la memoria.

Ed è qui che si innesta la riflessione politica più profonda e attuale del film. L'Agente Segreto non è solo un dramma storico che, per tematiche, si ricongiunge a un'opera come "Io sono ancora qui" di Walter Salles. Se quel film si focalizzava sul lutto impagabile dei desaparecidos, Mendonça Filho sceglie una via meno tragica in superficie ma non per questo meno dolorosa: quella della resistenza attiva, della rete di controspionaggio e rifugio. L'obiettivo è esplorare le azioni degli individui all'interno di un sistema corrotto: come resistono al potere? E come, a volte, vi si sottomettono? La vera intuizione, però, sta nella scelta dell'antagonista. Per quanto la dittatura militare (sostenuta, è chiaro, dal governo degli Stati Uniti) sia lo sfondo opprimente, il vero volto del male che il film smaschera non è (solo) quello dell'ufficiale in uniforme. È il volto più subdolo, ipocrita e sottovalutato dei regimi autoritari: quello del capitalista libertario, dell'opportunista, del promotore della modernizzazione a tutti i costi, del bruto che vede nelle persone solo ingranaggi di un meccanismo atto allo sfruttamento. In questo, "L'Agente Segreto" dipinge una delle più belle e potenti giustapposizioni cinematografiche dell'ultimo decennio. Non importa quanto le cose si facciano tetre, il film mostra perché il capitalismo libertario che supporta o si trasforma in fascismo non prevarrà mai sulla memoria storica. Mostra il potere indelebile del colore e del pluralismo delle persone che si riuniscono in collettività, la cosa che gli esecutivi neoliberali odiano di più. La storia de "L'Agente Segreto" non riguarda un individuo atomizzato che in modo freddo e calcolatore sconfigge i cattivi. È piuttosto un'ode alla memoria collettiva. Un tributo cinematografico a come queste strutture intermedie informali, queste comunità, siano i veri eroi della democrazia. Luoghi dove individui di ogni estrazione e cultura si scambiano idee, traumi, storie e catarsi. E, da quello, i valori democratici diventano ancora più forti e acquisiscono un'aura quasi leggendaria, folkloristica, che viaggia attraverso la storia e, in effetti, combatterà sempre l'opportunismo e la malvagità di chi vuole mettere l'individuo contro "l'altro". Questa celebrazione della collettività come forza vitale si riflette nella stessa costruzione del film, una masterclass nella fusione di generi, controllatissima nel ritmo e nel tono. Kleber Mendonça Filho è così abile con le sfaccettature del linguaggio cinematografico nella storia da poterci anche giocare. Quello che poteva essere il grande rischio di un progetto così ambizioso, e su un tema così serio, di soccombere al proprio peso, diventa immediatamente il suo punto di forza: la capacità di trasportare lo spettatore in quel luogo e in quel tempo. La fotografia e la scenografia sono cruciali nel generare questa qualità immersiva. L'uso del colore, ad esempio, è tra i migliori dell'anno. Sì, i tempi sono difficili e gli eventi sono oscuri. Ma questi personaggi, questa cultura, questa resistenza non meritano una palette cupa e deprimente. Meritano tutta la vitalità, tutta la luce, tutto il colore della loro umanità. 

Wagner Moura offre una performance magnificamente sottotono, sottile, sfumata, lontana anni luce dagli estri del narcotrafficante Pablo Escobar che l'ha reso celebre globale. Interpreta un personaggio attraverso momenti temporali molto diversi e questo funziona magnificamente su due livelli. Il primo è nel modo in cui le differenze di disposizione sono abbastanza lievi da presentarsi come una personalità sfaccettata, ma anche punteggiate da alcuni segni nel registro facciale o nel movimento del corpo che sono indizi sufficienti per capire cosa sia accaduto tra due momenti nel tempo. Il secondo è ancora più profondo. Il livello a cui la totalità delle scelte di Moura per il personaggio crea un essere umano credibile che riesce anche ad estendere al pubblico la proposta fondamentale di questo film (senza dover essere un personaggio-simbolo, o una metafora personificata). E quella proposta è quella delle persone bloccate in una stasi tra passato e presente quando un regime autoritario interseca i due periodi, e di come quella stasi assuma una forma diversa anche nel futuro. Questa è una sceneggiatura molto sofisticata (e al tempo stesso giocosa) su quel dramma eterno di cosa possa fare una singola persona quando un intero paese è governato da una forza malvagia. Marcelo non è un eroe invincibile, è un uomo spaventato, affaticato, che cerca disperatamente di tenere insieme i brandelli della sua vita e della sua dignità. Intorno a lui, il cast di supporto brilla di luce propria: Carlos Francisco dona al proiezionista Alexandre una solennità paterna e una determinazione silenziosa; Tânia Maria è il cuore pragmatico e caldo della resistenza; le comparse, i volti della folla del carnevale, sono tutti portatori di microstorie che chiedono di essere ascoltate. Se c'è un appunto che si può muovere a questa opera maestosa, è forse nel ritmo del primo atto, dove la vicenda si prende tutto il tempo necessario per svelare la sua architettura complessa. Alcune sequenze, sebbene sempre cariche di significato e bellezza formale, procedono per un minutaggio esteso che potrebbe lievemente appesantire la percezione di uno spettatore in cerca di immediatezza narrativa. Ma è un sacrificio, forse necessario, che il film compie per radicare lo spettatore in quel mondo, in quel respiro letterario che poi si rivelerà fondamentale. Perché "L'Agente Segreto" lascia addosso le stesse sensazioni che avrebbe un lettore nello sfogliare le pagine di un grande romanzo sudamericano: tutto prende vita seguendo il proprio respiro, i propri tempi, e a ogni svolta di pagina può arrivare una sorpresa, un'epifania, un momento di pura poesia o di orrore inaspettato. Kleber Mendonça Filho esplora ossessivamente la geografia della sua amata Recife, ma è sempre un'esplorazione nel tempo. Questo suo ultimo film attraversa epoche, le intreccia, le frantuma e le ricompone secondo una logica che è insieme storica, emotiva e onirica. È un cinema puntualmente eccedente, che non sta dentro gli schemi, che rifiuta la narrazione lineare e consolatoria. Le immagini sono affollate di dettagli ma soprattutto di personaggi, di linee d'amore (e di pericoli costanti) che rimangono giusto accennate, dolorosamente sospese, eppure capaci di donare un senso assolutamente contemporaneo a quello che in apparenza potrebbe sembrare un divertissement vintage. La fantastica sequenza della bevuta tra "rifugiati", in cui qualcuno finalmente confessa il proprio nome, la propria provenienza, il proprio passato o dove abbia intenzione di andare, è un momento di pura, tragica, bellissima umanità che parla la lingua delle idiosincrasie del nostro tempo, dell'esilio, dell'identità perduta e ritrovata.

"L'Agente Segreto" è, in definitiva, cinema assoluto. Cinema che si costruisce senza transizioni facili, anzi, allungandosi verso un umore sempre diverso, rivelandosi in tutta la sua potenza proprio nella sua incapacità di essere racchiuso in una definizione. È un thriller politico pacato e al tempo stesso dirompente, un dramma storico surreale, un saggio sulla memoria, un pamphlet sull'indissolubile legame tra arte e politica in un'epoca in cui le destre e i conservatori invocano una falsa distanza tra le due. È la dimostrazione che il cinema, quando è coscienza critica e passione civile, non solo può raccontare la Storia, ma può diventare esso stesso un atto di resistenza, un luogo in cui la memoria viene custodita, condivisa e tramandata. Uscendo dalla sala, non si porta via solo la storia di Marcelo. Si porta via il folklore di una lotta, il colore di una resistenza, la consapevolezza che di fronte all'orrore della Storia, l'arma più potente rimane la capacità di raccontarla, in tutta la sua complessa, contraddittoria e folgorante verità. Mendonça Filho non ci ha regalato solo un film. Ci ha consegnato un archivio vivo, una mappa per non smarrire la strada. E in un mondo che ha dimenticato come si legge, è un dono di valore inestimabile.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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