The Crow di Rupert Sanders è qualcosa

Parto da un duro presupposto: il film del '94 è il mio film preferito in assoluto, visto all'età giusta, nel momento giusto. Quella tragica epopea noir tratta dal fumetto di James O'Barr è sempre stata più di un film per me: un documentario per una tragedia vera tramutato in leggenda su pellicola, una costante spalla su cui piangere, una botta di adrenalina, un concentrato di romanticismo e cupezza che mi faceva sentire tanto "grande" e un cuore sensibile che nonostante tutto riusciva a farmi credere sempre di più nell'amore, adolescenziale o adulto che fosse. Ora, con queste basi, la sola idea di una riproposizione di questa storia che dopo 30 anni racconta la tragedia di Eric Draven dovrebbe farmi venire ulcere, orticarie e soprattutto dubbi, tanti dubbi. Perché ? Perché rifare qualcosa che ha funzionato per una serie di specifici e assurdi motivi? Perché riportare in vita un'icona immortale nello spirito ma in realtà bella che defunta nell'immaginario collettivo? Perché ostinarsi a rifare un film maledetto se poi deve uscire dopo 15 anni d'inferno produttivo con un costante e catastrofico ricambio di attori e registi? La risposta a tutte queste domande non c'è e alla fine della fiera non è nemmeno così rilevante, poiché qualsiasi film, anche il più brutto, esiste tanto come esigenza pubblicitaria quanto come uno sforzo collettivo di artisti, registi, attori, sceneggiatori, scenografi, tecnici del suono, montatori... i quali cercano di creare qualcosa. E nonostante le violente stroncature, a mio dire parecchio prevenute, The Crow di Rupert Sanders è qualcosa: qualcosa d'imperfetto, sia chiaro, con svariati problemi di montaggio, uno svolgimento banale, personaggi secondari che sono fogli di sceneggiatura ambulanti, eppure nella baraonda riesce a mantenere uno spirito iconoclasta, un rifiuto di piegarsi supinamente al passato e una voglia di reinventare, dare nuova vita, a questa icona. Dal look alla colonna sonora, dalle sfaccettature che Bill Skarsgård dà al suo Eric Draven agli approfondimenti che rendono la Shelley di FKA Twigs un personaggio attivo e non solo uno strumento spiritico di vendetta per il personaggio maschile. Anche la violenza, il massacro del corpo e la sua sofferta ricostruzione, sono punti focali della storia e dell'azione, che sorprendentemente raggiunge picchi di sublime eccesso nel terzo atto, utili ad approfondire, espandere e in generale dare una raison d'etre a tutta questa operazione. Non mi stupirei se anche questo The Crow dovesse diventare il film preferito di un tredicenne che spenderà i dieci anni successivi della sua vita a trovare la redenzione di ogni elemento cinematografico di questo film, a quel tredicenne auguro il meglio.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)