The Substance: il ritratto di Dorian Gray diventa lo specchio di Demi Moore

Il ritratto di Dorian Gray diventa lo specchio di Demi Moore. Mai ho visto un'attrice non solo mettere a nudo corpo e anima con tutta quella fragilità e autocritica che comporta la drammatizzazione della propria esperienza, a maggior ragione in un genere così deflagrante come l'horror, ma anche vomitare e rigettare quel liberatorio veleno che l'ha costretta in tante, troppe prigioni di percezione: non ha mai potuto affrontare, quantomeno nel "mondo reale", il sistema che l'ha incatenata in quegli allucinanti standard fisici e psicologici che legano le donne di spettacolo e quindi lo fa in quella stessa cella in pellicola che per decadi ha imprigionato la sua immagine perfetta e dove prima registi e produttori sono stati carcerieri di questa icona, qui arriva Coralie Fargeat, iconoclasta, selvaggia cultrice di tante immagini, tanti motivi che in passato sono stasi resi grandi da grandi artisti (uomini), che invece spezza la catena, apre la cella e inonda le sale di un grido catartico ma anche profondamente tragico: è il grido di tutte le showgirls, del cinema e della televisione, logorate nel corpo e nello spirito per qualche misero ascolto e un paio di viscidi complimenti di uomini che di grande avevano il portafoglio del padre oltre che l'ego, qui interpretati tutti dal mitico Dennis Quaid che recita, o meglio, non recita nel sublimare il peggio del peggio del maschio invischiato nello show business, un UberWeinstein di matrice berlusconiana. "Matrice" che è il termine suntivo perfetto per ogni aspetto dell'opera, tanto quanto "mosaico". Già solamente dal punto di vista estetico il film è un "mosaico di matrici", Kubrickiane, Cronenberghiane, Roeghiane, pezzi di uno specchio spaccato che riflettono parti diverse di un corpo unico, un volto unico, che però cambia di ricomposizione in ricomposizione, passando dall'immagine ideale che diventa distorta. Incredibile personificazione di questi concetti così astratti è Margaret Qualley, sublime oggetto del desiderio, così troppo perfetta per essere la donna ideale che fa il giro e diventa un incubo, un mostro. Il mostro non della solita bellezza idealizzata che diventa un simbolo piuttosto solito del martirio di tutte le donne attraenti, ma un abominio generato dal più viscerale odio che si possa provare per se stessi. The Substance più che far riflettere ti spiattella davanti con davvero poca sottigliezza, ma con una forza scenica e narrativa incontestabile, tutto il male che ci vogliamo, tutto il putridume sistemico che le donne non solo subiscono, ma interiorizzano e imparano, a tal punto da renderlo un valore, l'unico valore per cui piegare la psiche, la morale, la stabilità. Il risultato è peggio di quello che potete aspettarvi, l'esperienza è meglio di quanto qualsiasi film horror di quest'anno possa darvi. Coralie Fargeat forgia e firma la più terribile, disgustosa, snervante, ipnotica e liberatoria gioia cinematografica del 2024.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)