Un anno di scuola: la giovinezza come rito di passaggio

C'è qualcosa di raro e prezioso in Un anno di scuola, il nuovo film di Laura Samani. Qualcosa che ci riporta a un cinema che osa ancora interrogarsi sul senso profondo del crescere, del desiderare, del lasciare andare. Presentato a Venezia, il film si nutre dell'omonimo racconto di Giani Stuparich ma lo piega a una sensibilità contemporanea, trasportandoci nella Trieste del 2007.
Al centro, Fred: corpo estraneo che irrompe, energia che contagia, sorriso che incendia. È l'unica ragazza in una classe di maschi. Non è solo un ingresso, è un sisma. Attorno a lei, tre amici, Antero, Pasini, Mitis, scoprono che l'amicizia adolescenziale non è mai pura, mai intatta: basta uno sguardo, un gesto, perché il desiderio incrini le certezze, e la paura sveli fragilità inconfessabili.
Samani costruisce questo mondo con una cura visiva che colpisce: la fotografia di Inès Tabarin è tutta luce calda, porosa, capace di trasformare i corridoi di una scuola o le strade di Trieste in spazi sospesi tra memoria e presente. Trieste stessa non è semplice sfondo, ma personaggio vivo: non la cartolina asburgica, bensì la città vissuta, popolare, underground.
Il cast è formato da esordienti: Stella Wendick (Fred) è un'esplosione di vitalità, i suoi compagni Covi, Giustolisi, Volturno restituiscono un maschile fragile, esitante, lontano dagli stereotipi. Giovani nativi digitali che però, diretti da Samani, sembrano riappropriarsi di un tempo più lento, più vero, quasi analogico.
E qui sta la grandezza del film: nel mostrarci che l'adolescenza è sempre un territorio accidentato, un campo di battaglia interiore. Corpo e identità, appartenenza e solitudine, amicizia e desiderio: Samani li intreccia in un racconto che non giudica, non semplifica, ma ascolta. Perché crescere, ci dice, è un atto doloroso e necessario: significa lasciare, significa perdere, significa accettare che ogni addio sia anche una nascita.
Il finale è un colpo al cuore: Fred sorride, la musica dei Prozac+ (Più niente) accompagna lo spettatore. E in quel sorriso c'è tutta la malinconia e l'incanto di un'età che non tornerà più.
Un anno di scuola è cinema che vibra, che incanta. Un film necessario, perché ci ricorda che l'adolescenza non è mai stata un'età innocente. È, piuttosto, il luogo in cui impariamo che vivere significa, sempre, imparare a lasciare andare.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)