La rivoluzione come condizione permanente: Una battaglia dopo l'altra

Il nuovo film di Paul Thomas Anderson, Una battaglia dopo l'altra, si muove su un terreno fragile e rischioso: quello della rappresentazione della rivoluzione come condizione permanente, più che come evento puntuale. Non è un film "sulla battaglia", ma sul fatto che ogni battaglia produce un seguito, una memoria, una ferita che non si chiude. Da qui il titolo, che diventa dichiarazione di metodo. La struttura del racconto è frammentaria e volutamente discontinua. Anderson costruisce blocchi narrativi intensi, spesso segnati da esplosioni di violenza, alternandoli a momenti di sospensione lirica, in cui la città, i corpi, il tempo sembrano respirare in attesa della prossima azione. Questo montaggio irregolare non è un difetto, ma il cuore stesso del progetto: mostrare la rivoluzione come ritmo instabile, fatto di accelerazioni e silenzi, di attese e crolli. I personaggi incarnano le tensioni etiche e politiche che attraversano il film. Pat è logorato dal peso delle decisioni; Perfidia è la mente tattica, sempre in bilico tra idealismo e compromesso; Lockjaw, l'antagonista, non è un cattivo monolitico ma una figura polisemica, simbolo del potere che si traveste e muta forma; e Willa, la figlia, è il personaggio più destabilizzante: rappresenta l'eredità non scelta del conflitto, la trasmissione forzata della lotta da una generazione all'altra. In lei la dimensione politica si trasforma in questione pedagogica ed etica: che cosa lasciamo ai nostri figli quando consegniamo loro una battaglia già iniziata? La violenza, che potrebbe facilmente diventare spettacolo, qui è trattata in modo opposto. Anderson la mostra con inquadrature fisse, senza musica, togliendo ogni possibilità di catarsi. I corpi feriti, gli errori, i gesti goffi diventano il segno che la battaglia non è mai eroica, ma sempre tragica. In questo, il film si pone in dialogo con una tradizione che va da La battaglia di Algeri al cinema post-11 settembre, ma se ne distingue per la sua dimensione simbolica: il sangue, l'acqua, i corridoi e le finestre ritornano come leitmotiv visivi, trasformando il racconto in un sistema di segni da interpretare. Il disegno sonoro rafforza questa postura etica. Dominano i rumori diegetici — passi, sirene, urla, ferraglia — che restituiscono la concretezza del conflitto. La musica, quando appare, non accompagna ma interrompe: è inserita come frattura, come elemento che spiazza. Ancora più radicale è l'uso del silenzio, che in certi momenti sospende l'immagine e costringe lo spettatore a prendersi carico di ciò che vede. Sul piano politico, Una battaglia dopo l'altra lavora in due direzioni. Da un lato mostra il collettivo come organismo. Dall'altro porta il conflitto dentro la famiglia, trasformandola da rifugio a campo di negoziazione. La dialettica tra collettivo e intimo, tra rivoluzione e affetti, produce una tensione che non si risolve. La forza del film sta proprio in questa ambivalenza. Non offre risposte facili né mappe morali. Non cerca la catarsi, ma insiste sul dopo: cosa resta una volta finita la battaglia? Memoria? Colpa? Possibilità? Anderson obbliga lo spettatore a confrontarsi con queste domande senza fornire consolazioni. Dal punto di vista critico, l'opera eccelle nella coerenza etica dello sguardo e nella densità simbolica. Alcune sottotrame rimangono in sospeso e il rischio di autoreferenzialità è presente, soprattutto per un pubblico meno allenato. Ma si tratta di scelte consapevoli, che ribadiscono la volontà di fare del cinema non uno strumento di intrattenimento, bensì un laboratorio di pensiero. Collocato nel solco della riflessione sul rapporto tra immagine e politica, Una battaglia dopo l'altra dialoga con Deleuze sull'immagine-tempo, con Mulvey e Rancière sullo spettatore critico, con Foucault e Butler sul corpo come campo di potere. Anderson, senza mai diventare teorico, costruisce immagini che costringono a pensare. Il risultato è un film che non si consuma in sala, ma continua a lavorare dopo la visione. Una lezione di cinema e politica insieme, in cui ogni sequenza chiede: qual è il prezzo della rivoluzione, e chi lo paga?
- Gianluca Ceccato
La rivoluzione avverrà dal vivo.
Ti afferra, stretto, dal primo minuto e rifiuta di lasciarti andare. Che tu sia scioccato dalla paura di trovare davanti delle rappresentazioni sempre attuali della violenza militarizzata, o che tu stia ridendo per l'ennesima "gag di Di Caprio che fa il Drugo 2.0", in sala aspetta un'esperienza assolutamente indimenticabile. Anzitutto: questo film è una lectio magistralis sul ritmo. È brillantemente scorrevole ma costante; non ti lascia respirare, eppure non perdi mai di vista la vicenda. La sceneggiatura è serrata, esilarante, triste e spaventosa in un colpo solo, ma le varie facce sono tutte distinguibili. Non è un'opera con un messaggio allusivo e sussurrato di cambiamento e rivoluzione: parla esattamente di questo, punto. Queste cose sono reali, sono vive. È la rappresentazione di una società folle, caotica e contraddittoria, accompagnata da una colonna sonora eccezionale. Quasi tre ore che scorrono senza fiatone: questo è cinema. Adesso ne possiamo parlare più nel dettaglio, non ci sono spoiler ma viene affrontato in modo approfondito il prologo e ciò che spinge gli eventi del film, lettori avvisati: Vagamente ispirato a "Vineland" di Thomas Pynchon (romanzo del 1990 ambientato in degli anni '80 estremizzati e surreali ), ma desideroso di riflettere una varietà di sviluppi post-repubblicani, da Reagan a Trump, dell'etno-fascismo (l'azione comincia in un presente riconoscibile, poi salta 16 anni avanti in un domani volutamente immutato), "Una battaglia dopo l'altra" è una commedia-thriller paranoica ad alta velocità, spassosa e incredibilmente tenera, un blockbuster che non si limita a fissare in faccia una nazione a pezzi con il suo racconto, già attuale, di centri di detenzione per migranti, caricature nazionaliste bianche e pretesti farlocchi per impiegare l'esercito nelle città-rifugio. È anche il primo film di queste dimensioni a cristallizzare con precisione quanto sia ansiogeno essere vivi e consapevoli dell'oggi: cattura la follia della nostra realtà in IMAX VistaVision e offre una mappa convincente su come potremmo sopravvivere. Anderson è sempre stato attratto dal compito sisifeo dell'auto-riflessione volta alla scoperta; dalla straziante ricerca di un luogo e di una permanenza in un mondo che scivola costantemente sotto i piedi. Pur non essendo mai rimasto bloccato né nostalgicamente a caccia della sua gloria passata (anzi, la sua filmografia si distingue per una vitalità camaleontica a dire poco.), la Hollywood intorno a lui è rimasta intrappolata proprio in queste dinamiche, nonostante gli sforzi di preservarne la magia su celluloide. PTA ha perseverato ai margini di un sistema in disfacimento, mentre la sua generazione di autori prova invano a malapena a puntellarlo con nuovi film. Il passato è un rifugio irresistibile per chi è frustrato dal proprio fallimento nel cambiare il mondo. Affrontando l'iniquità sfrenata e l'umiliazione senza fondo dell'amministrazione Trump fin dalle prime inquadrature ,senza neanche il bisogno di menzionare il presidente per nome, "Una battaglia dopo l'altra" parte a tutta velocità e avanza così rapidamente che quasi non ti accorgi stia descrivendo un cerchio perfetto. Il gruppo rivoluzionario "French 75" sta progettando di liberare un gruppo di migranti rinchiusi in un centro di detenzione in California, vicino al confine messicano, e un esperto di esplosivi di nome "Ghetto Pat" (Leonardo DiCaprio) cerca di dimostrare il proprio valore alla squadra. I fuochi d'artificio che scatena sul campo non sono le uniche scintille: l'abilità di Pat attira l'attenzione della capitana carismatica dei French 75, Perfidia Beverly Hills (una vulcanica Teyana Taylor, radiante di zelo rivoluzionario), che ogni volta che li vediamo insieme prova e riesce a farci sesso. Perfidia è una sopravvissuta nata, con un gusto perverso per il potere,forse apartitico, che può sopraffarla se non sta attenta: è esattamente ciò che accade quando, dopo essersi infiltrata nella tenda del comandante del campo, il colonnello Steven J. Lockjaw (uno Sean Penn al massimo della carriera, un soldatino da manuale vanitoso e "steroideo", la sua naturale serietà e fissità imbarazzante si rivelano perfetta combinazione per la tragicommedia del suo personaggio) umilia il militare dalle labbra sempre umide mettendolo sull'attenti in svariati modi, prima di lasciarlo andare. Quella decisione innesca un'infatuazione sessuale a doppio taglio che spinge Lockjaw a inseguire i French 75 come Johnny Bravo sulla scia dei feromoni inseguiva le ragazze. Ogni banca rapinata o ufficio di un senatore anti-abortista fatto esplodere avvicina il colonnello al ricatto con cui piegare Perfidia, e quando finalmente colpisce, la sovversiva non esita a salvarsi la pelle. Poco importa che lei e Pat abbiano appena avuto una bambina, o che stia condannando i compagni ad un infausto destino. Perfidia è convinta di aver perso il combattimento della sua vita, e la sua risolutezza, di radicale e di madre, si spegne come un interruttore. Quando la storia riprende circa sedici anni dopo, l'ex artificiere è rinato come "amante di droghe e alcol" Bob Ferguson, nel borgo boscoso di Baktan Cross. Passa gran parte del tempo in accappatoio, strafatto di erba scadente, rimuginando impotente su come proteggere la figlia adolescente Willa da un passato che sembra più una paranoia. Niente da fare: il colonnello Lockjaw, ormai una bizzarra marionetta dalle guance risucchiate che cammina come se avesse costantemente qualcosa di nascosto dietro ai pantaloni? è in lizza per entrare in una setta d'élite di adoratori iper-razzisti di San Nicola e non avrà pace finché non avrà eliminato chiunque sappia che una volta è andato a letto con una donna nera. Ben presto l'esercito si abbatte su Baktan Cross sotto il solito abuso di potere "di routine", e Bob rischia di perdere sua figlia. La ragazza è interpretata dalla magnetica esordiente e immediata nuova star Chase Infiniti, la cui performance suscita meraviglia e orgoglio, anche perché con un nome del genere solo una star generazionale puoi essere. DiCaprio è ovviamente una scoperta un po' meno nuova. É raro vederlo davvero come padre, e non come personaggio che incidentalmente ha figli, ma lavora a livelli così alti che ogni sua ricomparsa sullo schermo ha il sapore di una rivelazione.
Fattone frenetico e costantemente in panico, Bob scorrazza per il film con l'accappatoio aperto ingollando lattine di birra come fossero bicchieri d'acqua. È profondamente, costantemente e teneramente divertente vederlo cavarsela come il Drugo dei Coen in tutto ciò che segue l'arrivo di Lockjaw a Baktan Cross: da un'operazione in stile ICE a un inseguimento automobilistico ispirato a "Punto Zero". La prova febbrile di DiCaprio consacra ulteriormente l'ex belloccio come il più dotato buffone del cinema contemporaneo, ma qui, alla prima collaborazione con Anderson, che dedica lo stesso amore alle comparse e alle star, il suo genio comico spigoloso trova una nuova dimensione nella naturale deferenza del personaggio. Bob è al centro dell'azione e, insieme, incidentale: come una striscia di carta da parati che scompare nel fondale ogni volta che non si sta scollando. È una dinamica essenziale a un secondo atto mozzafiato che affida Bob, insieme a diverse famiglie messicane senza documenti, alle cure del maestro di karate e protettore spirituale di Baktan Cross nel bel mezzo di un assedio governativo all'intera cittadina: il Sensei Sergio di Benicio del Toro, glaciale e lucidissimo, entra istantaneamente nel pantheon dei personaggi iconici di PTA, e il suo approccio zen alla minaccia delle forze di Lockjaw diventa via via l'etica deflagrante del film. "Siamo sotto assedio da centinaia d'anni", dice con respiro regolare. "Senti il mare", ripete costantemente a Bob per calmarlo dal panico incombente. Qui, quel mare si trasformano in un fiume di asfalto: "Una battaglia dopo l'altra" culmina in un inseguimento lungo i dossi ciechi della Highway 78 a Borrego Springs. Come tutto il resto nel film di Anderson, l'azione automobilistica è semplice, ipnotica e perfettamente espressiva di una storia che viaggia sempre a 160 all'ora anche quando i personaggi non vedono oltre la prossima cresta. La fotografia di Michael Bauman, ricca di tridimensionalità e tattilità, è uno spettacolo a prescindere dalla VistaVision; l'intero film è pensato per il grande formato, e un'inquadratura in particolare, in vero IMAX, è così avvolgente che viene voglia di scusarsi con chiunque abbia mai preso in giro quelli che nel 1896 "fuggivano" davanti all'arrivo del treno alla stazione di La Ciotat. Questa velocità forsennata è essenziale per un'opera che scivola tra delirio slapstick e cupa realtà persino più rapidamente della colonna sonora di Jonny Greenwood, che sospinge l'azione con un'inesorabilità biblica: scale di pianoforte staccate, note che corrono su e giù come se cercassero una via d'uscita, si dissolvono nello schianto degli archi come gocce di pioggia inghiottite da uno tsunami. "Una battaglia dopo l'altra" può anche essere uno dei film più mainstream di Anderson, ma è impossibile confondere la sincerità degli orrori mostrati o la lucidità con cui diagnostica la piccolezza degli uomini che li infliggono a innocenti e vulnerabili. Si potrebbe definirlo un film sul perché le persone continuino comunque a combatterle, quelle battaglie, anche mentre la repressione prosegue, allargandosi e approfondendosi a prescindere dai nomi al potere. Bob e Willa condividono una sola scena prima che "un'altra battaglia" si frapponga fra loro: è un piccolo capolavoro di disconnessione intergenerazionale; il padre terrorizzato è troppo accecato dalla paura di perdere la figlia per apprezzare quanto bene lei abbia imparato a compensare i suoi fallimenti. Bob è così sepolto nel proprio passato da rifiutare il presente della figlia (guarda "La battaglia di Algeri" in TV come un nostalgico ritorno ai bei tempi), ma nella seconda metà del film, mentre corre a cercarla, Anderson trasforma l'ex ribelle nell'emblema vivente di una verità eterna della genitorialità: avere figli è l'atto più folle e coraggioso che si possa compiere in un mondo sempre più pernicioso; crescerli significa vivere nel terrore, minuto dopo minuto, per il resto della vita. È un promemoria consolante che anche gli artisti più "immortali" di oggi e i rivoluzionari più impavidi di ieri possono morire di paura all'idea che i propri figli debbano affrontare le stesse battaglie. Un giorno fai esplodere del C4 in un centro di detenzione governativo, e il successivo mandi tua figlia al ballo scolastico con un dispositivo di tracciamento della Guerra Fredda nella borsetta. "Il tempo non esiste", dice qualcuno in un momento esilarante ma cruciale, "eppure ci controlla lo stesso". Eppure la grande e luminosa emotività del film affonda nella risolutezza liberatoria che Anderson estrae dal terrore di invecchiare, dalla rabbia che fa virare verso il conservatorismo, dal senso di colpa per non saper spezzare il ciclo e raddrizzare un film circolare come questo. La rivoluzione ha molte forme, e se il nuovo epos familiare di Anderson concede, anche solo implicitamente, qualcosa al conservatorismo dell'età avanzata, questo "manifesto" da 150 milioni di dollari è l'opera di un artista e di un padre determinato a convincersi che invecchiare non debba coincidere con arrendersi: tenere viva la lotta è il prossimo miglior traguardo possibile. Pur trapiantando lo spirito fuori di testa di un Pynchon di 35 anni fa, è l'assoluta attualità di questa reinterpretazione a permetterle di allargare lo sguardo sulla guerra perpetua dell'America contro se stessa e di articolare con brillantezza quanto sia liberatorio "smettere di usare il tempo come scusa". Bob non conclude nulla nella sua frenetica corsa per Willa; ma, fallendo nel proteggerla dai rimpianti del suo passato, scopre che lei è il meglio dei suoi genitori, perfettamente capace di affrontare gli stessi demoni che lo hanno reso paranoico. Capisce che lei è la risposta alle sue paure, non la loro incarnazione. Che crescere dei figli può essere una rivoluzione in sé, domestica, non televisiva. Il tempo non è una scusa, suggerisce questo magnifico film: è una guerra di logoramento. E unendosi finalmente alla figlia nel presente, per la prima volta da quando è nata, Bob potrebbe capire di essere sempre stato dalla parte vincente.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta, introduzione di Gianluca Ceccato)