Venezia 83: Agata the Writer, la responsabilità

Agata the Writer è un film del 2026, diretto da Kuba Dorabialski, interpretato da Mia Wasikowska, in concorso alla 23esima edizione delle Giornate degli Autori, sezione autonoma di Venezia 83. Il film segue Agata, una scrittrice australo-polacca. Per trovare l'ispirazione e scrivere il suo prossimo romanzo, decide di viaggiare da Sydney fino a Sarajevo, in Bosnia ed Erzegovina, con l'intenzione di scrivere una storia ambientata durante la cruenta Guerra in Bosnia degli anni '90.

La pellicola di Dorabialski solleva quesiti molto interessanti: abbiamo il diritto di raccontare le storie di altri specialmente quando si tratta di traumi collettivi? Fino a che punto un artista ha il diritto di attingere ad una storia che non ha vissuto senza superare i confini dello sciacallaggio emotivo e dell'appropriazione culturale? Agata rappresenta la straniera che arriva a Sarajevo con il chiaro intento di usare la guerra come sfondo, quando è soltanto la guerra che andrebbe raccontata, la verità.
La protagonista interpretata da Mia Wasikowska viene accolta con ostilità dagli abitanti del luogo: la resistenza di chi rifiuta ogni sorta di spettacolarizzazione del dolore. Emblematica è forse la scena più valida del film, dove Agata dialoga con una superstite, la quale le spiega che preferisce la verità parziale dei giornalisti alla novelizzazione della sua storia: la prima almeno rappresenta una verità, seppur monca.

Indagare la storia e come gli artisti interagiscono con essa: lampante la critica ai turisti del trauma. Agata, spinta da una ricerca autoriale spietata, si scontra con un vuoto incolmabile, quello che si forma quando la guerra romanzata incontra la realtà dei sopravvissuti.
In fin dei conti il tema cruciale del film è proprio il rapporto complesso e mai risolto tra finzione narrativa e memoria. Agata, mentre raccoglie le testimonianze, si rende conto che la memoria grezza non si adatta bene alle strutture convenzionali di un romanzo. L'atto stesso della scrittura, del filtrare le informazioni, rischia inevitabilmente di manipolare, tradire, banalizzare l'essenza profonda del vissuto.
Il film riflette questi quesiti attingendo in alcune parti al cinema narrativo, in altre alla videoarte sperimentale. Dorabialski infatti proviene da questa branca delle arti figurative. Il problema è che il film funziona quando è girato in modo convenzionale, dove la trama va avanti per piccoli passi e svela le varie tematiche del film e i tanti contrappunti meta-artistici.
Il contrappunto meta-artistico più interessante (e irrisolto) è quello legato al bizzarro mistero delle opere d'arte provocatorie legate alla defecazione che iniziano a scomparire dalla casa dove alloggia Agata: che ruolo ha l'arte in una società post-bellica? Quale sarebbe (se esiste) il confine tra capolavoro e spazzatura?
Agata, in conclusione, scrive un romanzo che si chiama La responsabilità, incipit del disastroso finale più legato alla videoarte e al teatro piuttosto che al cinema. Un monologo di Mia Wasikowska della durata di 30 minuti con sfondo nero, dove narra il primo capitolo del romanzo che ha scritto. La costruzione del film si interrompe lasciando spazio alla pretenziosità, al poco rispetto verso la storia scritta e raccontata che meritava ben altro trattamento, sicuramente più naturale e organico.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)