Venezia 83: The Echo Chamber, presenza e assenza

Chi è esperto di musica sa benissimo cos'è una echo chamber. Una echo chamber non è soltanto una stanza ma uno strumento. Uno spazio fisico progettato affinchè il suono, rimbalzando sulle pareti, crei un riverbero naturale. Questo avveniva prima dell'avvento dell'era digitale, dove per dare profondità ad una voce bisognava intrappolarla letteralmente in una stanza, facendola viaggiare attraverso il cemento per registrarne l'eco.

Partendo da questa suggestione acustica e spaziale, Andrea Pallaoro modella il suo The Echo Chamber, in concorso all'83esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Pallaoro trasforma il concetto in una architettura dell'anima, filmando una storia d'amore dove la geografia tra presenza e assenza, desiderio e dominio sfumano, fino ad addormentarsi nell'intonaco delle stanze che i protagonisti abitano.
Leo (Luca Marinelli) e Anne (Alicia Vikander) sono due corpi che si inseguono, sfiorano, perdono, cercano. Incapaci di tenersi vicini e al tempo stesso di lasciarsi andare definitivamente. Nel vuoto che li separa quando sono distanti, tra le pareti della loro personale echo chamber, risuona la voce di Ava (Susan Sarandon). Una presenza fantasmagorica che attraversa il tempo e lo spazio, che accoglie ed esige di essere accolta, curando con estrema dolcezza ciò che non c'è più.

Il formato 1,33:1. La sceneggiatura nata da Bernardo Bertolucci e poi completata da Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi. L'appartamento. L'arredamento dell'appartamento. Gli oggetti che lo abitano. Gli strumenti musicali di Leo, produttore musicale di Ava. Il dolore cronico alla schiena di Leo. Le sigarette fumate con Ava. Le mani di Anne, fisioterapista di professione. Le sue siringhe. Le sue pastiglie che spingono di nuovo Leo nel vortice buio della tossicodipendenza. Tutti questi elementi hanno un unico baricentro: la distanza. Non una distanza spaziale ma confine fragile, squisitamente bertolucciano, che delimita l'intimità assoluta e l'annullamento dell'altro. L'aspect ratio quadrato rivela così non un vezzo ma macro insieme geometrico, una finestra aperta sull'altro.

Pallaoro costringe i suoi personaggi ad essere presenti e assenti continuamente, a cercarsi da una finestra dove arrivo e partenza collidono fino a trasformarsi in spazi fisici e temporali sovrapponibili. Come onde sonore in una echo chamber il loro amore rimbalza, si trasforma e distorce. The Echo Chamber si rivela così un'opera stratificata, che sussurra una verità: in amore non esistono spazi fisici e temporali ma i legami che questi trattengono, i corpi non sono altro che involucri pronti ad accogliere l'altro in stanze che riflettono i suoni dei baci, delle carezze, di quello che è rimasto, oltre la paralisi, oltre la vita e la morte.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato)