Visioni in Parole - i vincitori della prima edizione del concorso

La redazione di CINEMA IS NOT DEAD! è felice di annunciare i vincitori del concorso per Under 35 Visioni in Parole. I vincitori sono Riccardo Di Gregorio, Davide Franceschinis e Gregorio Soldan, premiati per l'originalità, l'analisi accurata dei film scelti e una visione condivisa che coincide con quella della nostra redazione. Visioni in Parole è la nuova narrazione, l'alternativa, spunti che possono portare poi con il tempo ad un dialogo collettivo e costruttivo, in favore della tanto ricercata coesione socioculturale. Di seguito le recensioni vincitrici, buona lettura e ancora grazie a tutti i partecipanti.
COWBOY BEBOP di Riccardo Di Gregorio
Salve gente sono nato a Chieti il 6 aprile 2008 e sono un combattente che vive grazie all'amore per la cultura, in particolare per il cinema. Esso mi ha attratto sin dalla fanciullezza e la considero davvero sublime in quanto capace di unire in sé potenzialmente ogni altra forma d' arte.

3,2,1...let's jam!
La galattica jam session dalle sublimi sinfonie jazz da noi tanto amata non sarebbe mai stata possibile senza gli elementi di questa singolare, eroica banda di eroi spaziali, se così si vuole definire, in effetti difficili da inquadrare in maniera netta, anche per loro stessi. Protagonisti perfettamente scritti: intriganti, capaci di crescere, di scoprirsi, lasciarsi andare assieme a noi spettatori in una chimica perfetta, sviluppati in 26 straordinari racconti autoconclusivi, ma non totalmente slegati. Anche se non siete convinti lasciatevi attrarre dalla profondità narrativa e dal solido background dei protagonisti, sospesi tra dramma e commedia, passato e presente, miseria e rivalsa, oltre che dalla magistrale colonna sonora, pilastro dell' opera e artefice del suo fascino.
Questa è la crew:
Spike Speagle: "Io non vado a morire, ma solo a provare a me stesso se sono realmente vivo oppure no". Ex sicario, bello e dannato ora cacciatore di taglie intergalattico dell'astronave Bebop, "un morto che cammina " convinto di un destino segnato. Non è un "cowboy" eroe senza macchia, il suo passato da cui cerca di fuggire lo dimostra, ma farebbe di tutto per salvare la donna che ama e scappare per sempre da una esistenza per lui amara, con l'unica persona che lo faccia sentire vivo. Un'abilità nell'arte marziale degna di Bruce Lee, un carisma e fascino da smargiasso degno di Lupin (da cui hanno tratto in parte ispirazione per crearlo) e una malinconia autentica e fanno di lui un protagonista maledettamente amabile.
Jet Black: "Non cerco vendetta, è già tanto difficile sopravvivere." Un uomo ruvido, tutto d'un pezzo, quasi a ricordare eroi di eastwoodiana memoria, ma solo se lo si conosce superficialmente. Un braccio cibernetico e un cuore caldo e umano, che sa sciogliersi tra occasioni conviviali e un indole affabile e premurosa: uno con cui sarebbe piacevole bere un drink ascoltando buon jazz. È stato abbandonato da colei che più amava, ha abbandonato il lavoro di una vita, senza perdere il senso di giustizia e con il desiderio di fare pace col passato. Tutto questo lo ha scalfito, ma non distrutto, il "black dog" che col suo fiuto e la sua pragmatica saggezza si guadagna da vivere, per sopravvivere. È lui che muta a sua volta nella vita che rapida e imprevedibile cambia, cercando di starle dietro, su un'astronave divenuta casa e con un equipaggio divenuto famiglia (per quanto disfunzionale questa possa essere), sempre con un tiepido e malinconico sorriso, pronto (o serenamente rassegnato) alla prossima sfida.
Postilla: in tutto ciò, trovatelo nel sistema solare uno che cucina bene come lui.
Faye Valentine: "le promesse sono fatte solo per non essere mantenute". Guardando la serie probabilmente ci siamo tutti innamorati di lei, non solo per l'etereo fascino emanato degno delle dive anni 50. Una donna dal carattere forte e sagace, capace di raggirare anche il più feroce patriarca. Una donna che ha dimenticato tutto del suo passato e, poiché tradita dall'uomo da lei più amato e che fugge spesso timorosa del contatto. Nel corso della serie imparerà a tornare sui suoi passi, prendersi la rivincita contro se stessa e capire il valore della sua nuova casa, tra le stelle. Un posto in cui lei di certo non sfigura.
Radical Edward (Ed): Genio hacker di clamorose doti, intelligenza ed energia straripante, che potrebbe sembrare un po' svampita. Ma tutti i geni vedono fuori dagli schemi. Se lei rappresenta il futuro in un mondo nuovo di colonizzazione spaziale, allora possiamo dire che c'è speranza.
Ein: adorabile corgi, trovatello spaziale, che la Bebop ha salvato da un destino da topo da laboratorio. Sagace e fedele, l'amico che tutti noi vorremmo avere. Infine per i cinefili segnalo l'episodio "Jupiter Jazz", che rimanda all'immaginario di Blade Runner con le musiche suadenti, un'atmosfera grigia e piovosa e filosofia con temi come l'io, l'amore e la fratellanza.
See you, space cowboys...
Cosmopolis: anatomia di un mondo compromesso di Davide Franceschinis
Ho 25 anni e lavoro in un settore giovanile calcistico. Sto completando il percorso di laurea in Scienze Motorie, da sempre mia grande passione. Parallelamente agli studi mi sono da sempre dedicato alla scoperta dell'arte: dalla forma letteraria a quella musicale, pittorica, cinematografica e fotografica.

L'alienazione, ormai padrona assoluta della coscienza di Eric Packer (Robert Pattinson) — immerso fino al collo in un sistema capitalista tanto brutale quanto normalizzato — lo spinge a un moto perpetuo attraverso la città, senza uno scopo, senza una meta che giustifichi l'inferno del traffico (desidera un semplice taglio di capelli), chiuso nella sua limousine blindata, oscurata, insonorizzata: un bozzolo tecnologico che lo separa dal mondo, e da ogni possibilità di sentire. Giovane e potente multimilionario, ossessionato dal sesso, dal controllo del proprio corpo e dal lavoro: non è soltanto una descrizione sommaria del protagonista, ma dell'archetipo stesso dell'uomo di potere che abita — visibile o intuibile — l'universo lucidamente allucinato messo in scena da Cronenberg. Un mondo che ci appartiene già, un affresco spietato di un sistema che conosciamo ormai fin troppo bene. Packer incarna una classe dominante che esercita il proprio potere attraverso gesti surrogati, riflessi deformati delle sue impossibilità interiori. Incapace di consumare un rapporto con la moglie, cerca soddisfazione altrove: prima nell'intimità distaccata con la consulente artistica, poi nel corpo addestrato della sua guardia del corpo. Ogni atto, ogni scambio, diventa una messa in scena del controllo perduto, una compensazione meccanica del desiderio negato. L'incontenibile brama di possesso che spinge Eric ad ambire ciò che non sarebbe acquistabile, rivela non solo un imperturbabile animo ormai completamente corrotto, ma solleva una critica alla mercificazione che non risparmia nemmeno l'arte, sottratta alla collettività per il godimento di un'élite.
L'indifferenza profonda, quasi anestetica, sembra essere l'unica costante nell'universo emotivo di Eric: le scappatelle, puntualmente colte dalla moglie — "emani odore di sesso" — non suscitano in lui né imbarazzo né rimorso; la presenza grottesca dei topi tra i tavolini delle caffetterie o stretti tra le mani della folla, non provocano disgusto né stupore; la rivolta, il degrado, la violenza dilagante scorrono accanto a lui come un fiume muto, senza scalfirlo. È forse proprio questa radicale insensibilità il motore del suo viaggio: una febbrile ricerca di sensazioni che il mondo non è più in grado di offrirgli. Sensazioni che può ritrovare solo nella distruzione, nell'annientamento di sé — di quel sé apparente, impeccabile agli occhi altrui, ma distorto, asimmetrico, nella sua stessa percezione e in quella dello spettatore. Così, inesorabilmente, si spinge verso l'altra faccia della stessa medaglia, intraprendendo un'ascesa cupa, tesa, violenta, al termine della quale Eric abbandonerà definitivamente l'auto, ormai spogliato degli accessori estetici, umiliato da una torta in faccia e da un taglio di capelli asimmetrico. La città sembra arrestarsi in un silenzio irreale, muta e attonita, per assistere immobile al compimento di una fine già scritta. L'incontro con Benno (Paul Giamatti) segna il culmine di una discesa nell'oblio, giunto silenziosamente. I due si parlano come doppi speculari: uno ha tutto e vuole annientarsi, l'altro non ha nulla ma vuole lasciare una traccia. L'ultimo atto rappresenta il culmine inesorabile di un declino tanto fisico quanto morale. Non vi è catarsi, né redenzione, né alcuna forma di risoluzione: solo un lento sprofondare, lucido e irreversibile, in un vuoto che inghiotte ogni significato. La parabola di Eric si consuma senza epifanie, senza risvegli: resta sospesa, come la città che lo circonda, in un silenzio che non salva ma consuma.
Una regia precisa e misurata, capace di mettere in luce il minimalismo degli interni e di rappresentare il caos del mondo esterno, mantenendosi sempre lucida, mai convulsa o frenetica. Robert Pattinson, che oggi conosciamo come un ottimo attore ma che all'epoca era ancora intrappolato nell'immagine legata a Twilight, è diretto con grande abilità ed entra nel personaggio con una buona prova nella prima parte del film, che diventa eccellente nel finale, grazie anche alla presenza e prestazione di Giamatti.
Come ritrovare se stessi e rinascere, anche se ci si sente dei mostri. Una recensione di Gregorio Soldan su L'Innocenza (Kaibutsu) di Hirokazu Kore-eda
Mi chiamo Gregorio Soldan, studio al DAMS dell'Università di Udine con sede a Gorizia e mi appassionano la scrittura e la critica cinematografica. Scrivo storie nate da intuizioni semplici ma potenti e mi diverto a smontare film per capire cosa funziona davvero nella narrazione.

Quando andai a vedere L'Innocenza, ci andai senza troppe informazioni sul film se non la premessa drammatica e i generi con cui veniva descritto. Essendo etichettato come thriller, mistero e dramma, mi aspettavo qualcosa nello stile di Bong Joon-ho: una narrazione serrata, piena di colpi di scena e tensione crescente. Quello che ho trovato, invece, mi ha profondamente spiazzato. Sebbene il film rientri tecnicamente nei generi indicati, questi vengono usati principalmente come strumenti per costruire la premessa drammatica. L'Innocenza si distingue per un approccio narrativo molto più fluido e imprevedibile: ogni venti minuti sembra di trovarsi in un film diverso, anche se in realtà si sta seguendo sempre la stessa storia. È un'opera che cambia pelle di continuo, mantenendo però una coerenza emotiva fortissima. La trama ruota intorno a Minato, un ragazzo preadolescente che vive con sua madre, Saori. Quando il suo comportamento inizia a cambiare in modo significativo, la madre si insospettisce e cerca di capire cosa stia succedendo. Scopre presto che c'è un problema a scuola, legato a un insegnante. Saori si confronta con lui e con l'istituzione scolastica, cercando di far luce sulla vicenda e di proteggere suo figlio. Ma più si addentra nella questione, più la verità sembra sfuggire, rivelandosi stratificata, contraddittoria, ambigua.
Come in Rashomon di Kurosawa, Kore-eda costruisce il film su una serie di prospettive soggettive. Ogni sezione del racconto adotta il punto di vista di un personaggio diverso, e ciò che credevamo di sapere viene messo in discussione. Chi è davvero il "mostro"(Kaibutsu, come recita il titolo originale)? È possibile che non esista? O che cambi volto a seconda di chi guarda? Nel mondo degli adulti, il mostro è un'entità negativa, qualcosa da reprimere o combattere. Ma dal punto di vista dei bambini, lo stesso concetto assume sfumature più leggere, persino poetiche. Il "mostro" diventa una filastrocca, un gioco, un legame. In un contesto dove gli adulti proiettano le loro paure e aspettative sui più piccoli, la prospettiva infantile si rivela la più pura, la più sincera, la più umana. Kore-eda ci invita così a superare le apparenze, a riconoscere che una persona sorridente può nascondere un grande dolore, che qualcuno all'apparenza freddo può essere fragile, che chi appare rispettabile può essere profondamente corrotto. L'Innocenza ci pone davanti alle nostre stesse contraddizioni, ai nostri giudizi affrettati, alla facilità con cui vogliamo assegnare colpe, creare nemici, trovare un colpevole.
La relazione tra i due bambini protagonisti è la vera chiave di volta del film: è lì che si manifesta la purezza, l'empatia, l'innocenza del titolo. Ed è proprio questa innocenza a mettere in crisi il mondo degli adulti, con le sue etichette e le sue ipocrisie. Il finale, malinconico ma aperto alla speranza, lascia una domanda sospesa: e se il vero mostro, alla fine, fossimo noi?
Visioni in Parole è un concorso di recensioni per Under 35 a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Gianluca Ceccato, Alessandro Della Porta)