Viviamo in una casa fatta di dinamite e Kathryn Bigleow ha acceso la miccia

06.11.2025

«Non c'è un piano B». Nessun Capo di Stato vuole sentirsi pronunciare queste quattro parole, tantomeno un presidente americano che ha pochi minuti per rispondere a un ordigno nucleare di origine ignota diretto verso una grande città. Da questa frase, da questa scarna diagnosi di impotenza, prende forma "A House of Dynamite", il film con cui Kathryn Bigelow confeziona un thriller dell'Apocalisse che vibra come una scossa nervosa, modernissimo nella superficie e antico nella paura che smuove. Non ci sono funghi atomici in controluce o parate di effetti: l'immagine più spaventosa è un'icona che lampeggia con la scritta "Defcon 1", che anche se non hai esattamente capito cosa significhi, sai che sta per arrivare qualcosa di terribile, qualcosa da cui non si fugge. Siamo nell'era dei sensori, delle interfacce, della comunicazione istantanea, e proprio lì torna a mordere quella stessa paura che ha segnato la Guerra fredda: la "sicurezza" della distruzione reciprocamente assicurata che agli occhi moderni risuona come pura follia, mentre la Bigelow la ricorda con una serenità chirurgica che amplifica ancor di più la vertigine. La premessa è lineare: un singolo missile nucleare viene individuato mentre punta il cuore degli Stati Uniti; l'origine è sconosciuta, il tempo residuo è venti minuti. È un'ipotesi narrativa di agghiacciante verosimiglianza che rimanda a opere come "A prova di errore", "Sette giorni a maggio", "Il dottor Stranamore", e insieme li aggiorna al presente, quando il comando e controllo sono una rete di sale operative, protocolli, call protette e schermi che diventano il volto del terrore. Bigelow inquadra la catastrofe come un horror del possibile: non soprannaturale, ma amministrativo; non metafisico, ma procedurale. L'America che vediamo è popolata dai "migliori cervelli" di finzione: leader intelligenti, ragionevoli, almeno in teoria, dentro un governo funzionante e al completo. Eppure, la domanda che risale, è quella più destabilizzante: se anche nel migliore dei casi il sistema vacilla, come finisce la vera America? La regia abbraccia uno sguardo proibito che ci mette a nudo dinamiche che non dovremmo vedere: macchina a mano che respira negli androni, nelle "situation room", nei bunker, sulle piste d'aeroporto; un'attenzione ai dettagli del lavoro che evita qualsiasi compiacimento gerarchico. Non c'è un protagonista-stella che calamita tutto: l'ensemble si distribuisce lungo la catena di comando, umanizzando una trama a bomba a orologeria. Idris Elba, presidente di eloquenza misurata e postura che ricorda palesemente Obama, senza caricature, fa il suo ingresso dopo la prima ora, a ribadire che la politica di rappresentanza spesso arriva seconda rispetto agli eventi. Prima di lui, sono gli ingranaggi intermedi a reggere l'urto: analisti civili, ufficiali, operatori, addetti alle comunicazioni che decifrano stringhe, ricontrollano coordinate, cercano un appiglio di razionalità nel rumore. La struttura è l'azzardo vincente: il film racconta quei venti minuti tre volte, ciascuna da un diverso punto di vista, spostando l'asse percettivo e facendo riaffiorare dati prima invisibili. È una costruzione alla Rashomon che non ha il retrogusto del vezzo, ma la logica della dimostrazione: ogni riavvolgimento illumina una lacuna, ricalibra la paura, riorganizza il campo delle responsabilità. Alcuni spettatori potrebbero avvertire come discontinui i salti di slancio, ma la partitura in tre atti funziona proprio perché la prospettiva cambia e misura la portata del problema, allarga il cono dal piano basso a quello più alto, fino al tetto della decisione. È una macchina narrativa efficiente e malata: procede con una rapidità che nausea e una coerenza che disarma. Nella prima sezione incontriamo i "soldati" della routine, quelli che hanno il manuale e l'hanno ripassato mille volte: si raccolgono i fatti, si apre il libro, si girano le chiavi, si informano i superiori: ci si affida al piano. Nella seconda saliamo di livello, tra vertici militari e consiglieri: la mappa decisionale è meno rigida, bisogna predisporre difesa e risposta, scegliere in base al miglior giudizio e ancora una volta "sperare nel meglio". Qui l'umanità, l'ego, il timore filtrano con più decisione e cominciano a curvare le scelte. Infine, l'ultimo gradino: l'esecutivo, il presidente che deve assumere su di sé un gesto con ricadute storiche e globali. Esiste ancora un prontuario, gemello speculare dei manuali dei sottoposti, ma l'ordine delle opzioni è un velo: come ammettono i personaggi, è "pura follia". La decisione più pesante ricade sulla persona meno informata e meno addestrata a quel tipo di pressione, che tuttavia è la più potente. Non c'è più processo che tenga: resta l'arte, il caso, la filosofia, e la consapevolezza che nessuno dovrebbe essere messo in questa condizione. Tutto è impregnato di realismo e verosimiglianza: i termini, gli acronimi, le finestre d'ingaggio scorrono senza pedanteria e ci tirano dentro. È la stessa sensazione che si prova davanti a certi film-processo in cui la finzione supera in precisione la cronaca: qui, come in "Anatomia di una caduta", la realtà sembra farsi più vera proprio perché costruita. Ci sono spettatori che troveranno ridondanti i momenti in cui i personaggi accennano alle famiglie, alle chiamate interrotte, ai promemoria privati; ed è vero che la scelta formale, restringendo campo e tempo, limita un approfondimento psicologico. Ma il film non cerca confessioni: registra come in un sismografo l'onda d'urto morale. Sul fronte interpretativo, l'ensemble non sbaglia un colpo. Rebecca Ferguson offre la prova più incisiva: una lucidità che non cancella il tremore e non si travasa mai in retorica. Tracy Letts tratteggia un cinismo come meccanismo di difesa; Jason Clarke è un nervo scoperto che si sforza di restare funzionale; Gabriel Basso incarna il giovane funzionario che sale e scende scale di potere senza mai controllarle davvero. Elba impone con discrezione: più la sua voce resta bassa, più pesa il suo silenzio. Attorno, una costellazione di "volti puliti", marines e piloti dal candore ingannevole, popola un cosmo in cui nessuno domina la scena proprio perché tutti la condividono. È raro che un cast così fitto lavori come un'orchestra senza solisti: qui accade. Se c'è un vero protagonista, è il suono. La partitura di Volker Bertelmann è un ronzio di eleganza sinistra e archi che scalfiscono, un'onda che monta prima ancora che appaia il logo della piattaforma e non molla più la presa. È lo strumento più efficace per far avanzare la trama, per dare forma al tempo che si accorcia, per trasformare ogni pausa in un conto alla rovescia. Il disegno sonoro è fatto di presenze fuori campo e di colpi secchi che azzerano il respiro. Il montaggio di Kirk Baxter taglia come un cordino strappato: la precisione del tempo che resta è anche la precisione del taglio. Bigelow è da sempre senza rivali quando mette "corpi sotto pressione" e mondi ai limiti della combustione; qui la coreografia della violenza non ha nulla di pirotecnico, sembra piuttosto il compimento di un'equazione. Ogni detonazione è guadagnata, ogni silenzio è una miccia, ogni accelerazione è catarsi compressa. Si termina la visione vibrando, non solo per la potenza acustica, ma per il promemoria di ciò che il cinema sa fare quando detona nel presente: incarnare l'adesso e imporre allo spettatore di abitarlo senza scappatoie.

Sul piano tematico, il film è una dichiarazione politica sobria e inesorabile. Non è un sermone, non è una supplica patriottica, non è un inno alla centralità americana. Semmai è la constatazione che la tragedia è la preparazione stessa alla tragedia, il cosiddetto "Contingency Plan": il sistema delle posture, dei piani, degli arsenali che trasformano il pianeta in una casa piena di dinamite in cui continuiamo ostinatamente a vivere. In questo senso, "A House of Dynamite" potrebbe essere raccontato da qualunque paese dotato dell'arma: il fatto che lo faccia l'America è coerente col suo ruolo de facto, ma non sposta l'asse morale. Se qualcuno cercasse qui un'argomentazione a favore del "poliziotto nucleare", beh resterebbe certamente deluso. Il film è chiarissimo nell'illustrare come i sistemi, tanto preziosi in teoria, possano diventare barriere nel momento cruciale. Quanto tempo si perde saltando cerchi per arrivare a chi decide? E, paradossalmente, chi decide lo fa con meno informazioni di tutti. Che il finale divida è inevitabile. Molti usciranno con la frustrazione di una tensione non risolta, desiderando che il racconto si chiudesse con "la decisione" e non un attimo prima. Eppure proprio quell'interruzione, brusca ma coerente, appare l'unica possibile: tutto il film è costruito per porre domande, non per dispensare catarsi. L'esito lasciato in sospeso non è una furbata, è la verità di un mondo che può essere distrutto dall'errore di un singolo passaggio di informazione, dalla paura che risale, dall'inerzia di una catena. Il sentimento che resta non è indeterminatezza, ma nausea assoluta: l'impossibilità di consolarsi. È un gesto che amplifica il messaggio e lo rende più presente, perché ci riporta dov'è l'unica cosa che conta: non il "chi" ci ha colpiti, non il "come", ma il "può accadere in qualsiasi momento". Qui Bigelow mantiene il pugno d'acciaio sulla meccanica della suspense, ma sposta l'energia dal brivido alla responsabilità. Il realismo simil-documentario, la tensione drammatica, l'attenzione al protocollo trovano un equilibrio rado: l'opera è tanto ben studiata quanto finemente messa in scena. E la regista sembra dire che non c'è spazio per l'eroismo cinematografico, perché i suoi personaggi non sono avatar di grandezza, ma esseri umani intrappolati in sistemi che nessuno può davvero comprendere fino in fondo. C'è anche un piacere squisitamente cinematografico nel modo in cui il film orchestra massa e intimità. Netflix ha sostenuto un'uscita in sala e si sente: la grandezza dello schermo fa respirare i vuoti delle "war room" e il rimbombo dei jet, mentre la camera a mano ci mette accanto a persone che parlano a bassa voce, sorvegliano grafici, guardano cadere secondi. Si gioca a rincorrere il film che, con naturalezza, ci porta al livello dei personaggi, senza rallentare. È uno di quei rari casi in cui le "tante parti in movimento" scorrono come un unico organismo. "A House of Dynamite" è, in ultima analisi, un film che avanza con "efficienza malata" e una forza d'urto etica. È appassionante, rigoroso, a tratti insopportabile nel modo in cui fa salire l'ansia. È tecnicamente irreprensibile: dalla partitura di Bertelmann alla precisione di Baxter, dal casting che non sbaglia volto alla fotografia che scolpisce grigi metallici e verdi di interfaccia. Ed è politicamente necessario, perché trasforma il nostro presente in un esperimento al vivo: non ci rassicura sulla bontà dei processi, non ci offre alibi, non alimenta illusioni di controllo. Ci costringe piuttosto a chiederci quanto siamo davvero al sicuro, oggi, ora, con i trattati che scricchiolano e i depositi pieni, con i manuali pronti e la mano che trema. Si termina con il battito ancora su di giri, un poco storditi, come dopo essere passati troppo vicino a un'esplosione. Ed è lì che la formula del titolo smette di essere una metafora. Non importa quale potenza accenda la miccia, non importa il luogo da cui arrivi la minaccia: ciò che conta è che può succedere in qualsiasi momento, e che i sistemi progettati per darci sicurezza sono anche quelli che ci impediscono di reagire con la rapidità e la lucidità necessarie. Forse l'unico gesto onesto che il cinema possa fare, davanti a questo, è accompagnarci fino alla soglia della decisione e poi lasciarci nella penombra. Bigelow lo fa con misura e ferocia. E quando il buio cala un attimo prima, capiamo che quell'istante sospeso è la vera fine: il punto in cui la storia potrebbe cambiare, e noi, dentro la nostra casa di dinamite, tratteniamo il respiro perché, davvero, un piano B non c'è.

Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)

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