Warfare: nient'altro che guerra

La guerra è una tragedia e tutto ciò che ci resta è: "perché?" Cruda, disturbante, sanguinosa: questa è la guerra. Nessuna glorificazione dell'esercito, solo la verità nuda e brutale sulla missione a Ramadi, in Iraq, nel novembre 2006. Warfare è una ricostruzione in rigoroso tempo reale, costruita a partire dai ricordi e dalle testimonianze dei presenti , incluso il co-regista Ray Mendoza, e questo si sente in ogni fotogramma. Il film colpisce forte, in modo incisivo e non levigato, ed è assolutamente privo di qualsiasi intento consolatorio. Non c'è gloria, non c'è eroismo, non c'è una colonna sonora trionfale: solo la cupa, straziante realtà di un'operazione militare priva di conseguenze storiche rilevanti. È talmente reale da far male, ed è esattamente questo il punto. Molti non lo coglieranno e si lamenteranno che "non va da nessuna parte"; ma proprio qui sta l'intuizione: la guerra, spesso, non va da nessuna parte. Non c'è caratterizzazione nel senso hollywoodiano del termine. Nessun flashback sulle famiglie americane a casa, nessun dialogo su barbecue o partite. Quando un soldato, durante la missione, prova ad avviare una conversazione, il gesto viene liquidato come l'imbarazzante goffaggine della "recluta". Allo spettatore non vengono offerti appigli narrativi rassicuranti, ma soltanto elementi da decifrare: gergo militare, equipaggiamento, armi, cenere, sangue, urla, bossoli. Il film di Mendoza e Alex Garland è un'opera di minuzie incessanti, con la forma bellica hollywoodiana spogliata di ogni patina, lucidata via fino a rivelarne l'osso vivo e la convenzione ridotta in frantumi. Persino il consueto carrello finale sui veri veterani è accompagnato dal ronzio incalzante e onirico di "Dancing and Blood" dei Low; più della metà delle fotografie mostrate risultano sfocate, compreso il ritratto incorniciato della famiglia irachena la cui casa, nell'arco di novanta minuti, viene requisita e poi demolita in tempo reale. Corpi intrappolati nell'ingranaggio militare: il film pone molte domande, ma non offre risposte. Ci lascia soltanto la Storia, le azioni e le conseguenze, le macerie e la polvere che si deposita. E ci ricorda, nel suo epilogo, che ciò a cui assistiamo è in ultima analisi un ricordo e una ri-creazione: gesti e decisioni destinati a sostare per sempre in uno spazio insieme soggettivo e oggettivo. Nel corso del film vediamo una sola persona colpita a morte durante un conflitto armato. Accade di sfuggita, per recuperare uno strumento che nemmeno serviva. Non esiste sintesi migliore dell'assurdità del conflitto, che Warfare cattura alla perfezione. Il film riesce a trasmettere questo messaggio permettendo, allo stesso tempo, agli uomini che l'hanno vissuto di elaborare il trauma e di raccontare la propria storia. Ogni guerra americana in Medio Oriente è stata un errore. La soluzione è smettere di rappresentarle? Fingere che non siano mai accadute? Forse per chi vive solo online; io credo invece nella rappresentazione adeguata. Riconoscere la sofferenza degli innocenti, i veri spettatori in prima fila mentre la loro casa viene requisita con la brutale semplicità di un "Mi piace questa casa, prendiamola". Quando i soldati abbandonano il quartiere, ormai raso al suolo, restiamo con la famiglia a cui è stata distrutta l'abitazione. Poco prima, Mendoza e Garland mettono in scena uno dei momenti più laceranti del cinema recente: la madre di questa famiglia irachena che urla al personaggio di Erik, interpretato da Will Poulter, "perché?", ancora e ancora. La risposta non arriva, perché non c'è. Se si realizza un'opera come questa, alcune regole sono decisive: non giustificare la guerra. Non demonizzare gli iracheni. Warfare arriva a mostrare i Navy Seals mentre usano gli interpreti iracheni come esca. E secondo quelli stessi che sollevano polemiche solo online questa sarebbe "propaganda"? Ma per favore. È reale, grezzo, disgustoso, terrificante. Al di là di tutto, Warfare è anche un prodigio tecnico. Mendoza e Garland vogliono restituire la prospettiva di chi è dentro l'azione — dove nulla viene spiegato, tutto è solo vissuto nell'urgenza del momento. Ecco perché può sembrare "senza inizio, metà e fine": è una scelta deliberata, un'immersione sensoriale e psicologica nell'esperienza della guerra. La macchina da presa è oppressiva, come lo è il disegno sonoro. La tensione è costruita con perizia, facendo scorrere novanta minuti in tempo reale. Il film riesce a mostrare la perizia tattica dei soldati statunitensi e, insieme, quella degli iracheni: gli avversari non sono ritratti come stolti e incapaci, ma come combattenti estremamente abili, che sfruttano al massimo coperture e punti elevati. Un modo radicalmente diverso di guardare al film bellico, ma indubbiamente immersivo anche senza colonne sonore enfatiche o duelli eroici. Di film così, ne servono di più.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)