WESTERN IS NOT DEAD!: Ascesa, declino e rinascita di un sogno intramontabile

Un'epopea di sogno e di conquista traslata sul grande schermo, che creò nuove leggende e fece viaggiare innumerevoli spettatori in tutto il mondo con film emblematici e straordinari. Poi calò il tramonto, ma il sole sarebbe sorto di nuovo su quel deserto. Le opere che contribuirono a definire l'epica western furono indubbiamente i capolavori di John Ford: "Ombre rosse" (1939), "Sfida infernale" (1946), "Il massacro di Fort Apache" (1948), "I cavalieri del Nord Ovest" (1949) e "Sentieri selvaggi" (1956).
Questi classici hanno raccontato l'epoca della conquista dell'ovest con tutti i suoi caratteristici topos e miti: gli assalti alle diligenze, il rapporto conflittuale ed eticamente insidioso con i pellerossa, gli imponenti paesaggi come la Monument Valley che fanno da sfondo alle odissee della gente comune che sfida i pericoli dell'ignoto per una vita migliore e vive ogni giorno come se fosse l'ultimo, le storie dei grandi personaggi come Wyatt Earp, Doc Holliday e l'O.K. Corral, i tesi duelli e sparatorie con Colt e Winchester, e John Wayne incoronato come emblema dell'eroe americano, il tutto con uno stile sia solenne che intimo che ha consegnato alla storia del cinema il loro grande e celebratissimo autore. Come non citare anche "Il grande paese" (1958) con Gregory Peck. Un anno prima di Ben Hur, William Wyler racconta una storia nuova, un western che si potrebbe definire verista: niente paesaggi sconfinati o interminabili concerti di pallottole nell'aria, ma la lente di ingrandimento puntata sulla psicologia di due famiglie che lottano tra loro per conquistarsi un avvenire dignitoso nella terra ancora vergine del sogno americano dove tutto pareva essere possibile.

Negli anni 60, in Italia, il genere connotato come "spaghetti western" si evolve e raggiunge nuovi picchi qualitativi, su tutti "C'era una volta il West" (1968) e la magnifica "trilogia del dollaro" di Sergio Leone ("Per un pugno di dollari" 1964, "Per qualche dollaro in più" 1965, "Il buono, il brutto e il cattivo" 1966) che ha portato il nostro illustre connazionale Sergio Leone nell'Olimpo dei registi che hanno fatto la storia del cinema, con uno stile di racconto e regia inimitato e probabilmente inimitabile che ha lanciato la carriera di Clint Eastwood e influenzato registi del calibro di Tarantino e Scorsese, oltre che quantitativi, dato che ha generato nel nostro paese una vera e propria mania per questo genere, basti pensare che negli anni di "Lo chiamavano Trinità…" (1970) presso gli studi di Cinecittà si giravano annualmente centinaia di produzioni western, anche piccolissime produzioni che lavoravano con attori non professionisti. Talmente tanta era la richiesta e il desiderio di vedere questo genere di film da parte del pubblico nostrano, stanco di un mercato saturo di film storici sull'antichità, i cosiddetti peplum, in particolare quelli con protagonista Maciste. Era qualcosa di nuovo, di insperato, di necessario per quel momento storico. Tuttavia, alla metà degli anni Settanta, al netto dell'ultimo capolavoro leoniano "Giù la testa" (1971) e "Il mio nome è Nessuno" (1973) di Tonino Valeri, ci fu un diffuso declino del western con produzioni drasticamente diminuite e di scarso valore rispetto al periodo d'oro, di fatto segnando la sua fine come genere nel panorama mainstream.

Negli anni 90 però ci sarà l'evoluzione. Uscirono il cult Tombstone (1993), con le memorabili interpretazioni di Kurt Russel (Wyatt Earp) e Val Kilmer ( Doc Holiday), e soprattutto due capolavori, entrambi vincitori di diversi Oscar tra cui miglior film: "Balla coi lupi" (1990) diretto e interpretato da Kevin Costner e "Gli spietati" (1992), diretto e interpretato proprio da Clint Eastwood. Due film diversi, che ricordano il glorioso passato ma fanno da apripista alla riqualificazione, avvenuta nel decennio successivo attualmente ancora in corso, del western come metafora per racconti nuovi nello stile e nelle ambientazioni, foriero di messaggi profondi e sempre attuali in film spesso con budget non straordinari ma di grande spessore, capaci di mischiare generi e trovare nuovi metodi di narrazione.
Anche di questo filone moderno contemporaneo si potrebbe fare una lista sconfinata ma comunque non esaustiva di film vivamente consigliati: "La proposta" (2006), film australiano scritto da Nick Cave e diretto da John Hillcoat, "L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford" (2007) con un grande cast capitanato da Brad Pitt vincitore della Coppa Volpi a Venezia, in cui tra l'altro Nick Cave firma la gran colonna sonora assieme a Warren Ellis, "L'ultimo pellerossa" (2007), toccante produzione HBO che racconta con rigore, cura storica, e rispetto Il massacro di trecento Lakota Sioux del capo Piede Grosso scatenato per caso a Wounded Knee dalla cavalleria statunitense nel 1890; poi possiamo apprezzare gli ottimi remake di classici come "Il Grinta" (2010) dei fratelli Coen (rifacimento di un film con John Wayne), "Quel treno per Yuma" (2007) di James Mangold (nuova versione dell'omonimo del 1957 che si avvale della coppia di protagonisti Russell Crowe - Christian Bale) e "Django Unchained" (2012) di Quentin Tarantino (reinterpretazione con l'inconfondibile tocco del suo regista, che omaggia il cult del 1966 di Sergio Corbucci e , più in generale il grande western italiano). Nelle produzioni più recenti possiamo ancora annoverare l'altro, teatrale omaggio tarantiniano al genere, "The Hateful Eight" (2015) con il suo cast straordinario e le musiche da Oscar firmate da Ennio Morricone, e le tre belle produzioni Netflix "Hell or High Water" (2016) (western contemporaneo dalla sceneggiatura candidata all'Oscar scritta da Taylor Sheridan), "La ballata di Buster Scruggs" (2018) sempre con dietro gli Ethan e Joel Coen, e "The Harder they fall" intrigante film con un cast tutto di colore che include Idris Elba e Regina King. Vorrei citare anche "Bone Tomahawk" (2015), riuscita commistione con il genere horror e "I morti non soffrono" (2024), western dal tocco romantico e drammatico diretto da Viggo Mortensen, anche nel cast nei panni del protagonista.
In conclusione, amigos, dire che il western sia morto può essere solo una banale chiacchiera da saloon. Piuttosto si potrebbe dire che tali pellicole siano diventate come le pepite d'oro delle miniere californiane del tempo: presenti, tanto cercate e ambite ma non facili da trovare, e forse per questo ancora più preziose.
Postilla:
"...quando la leggenda diventa realtà, stampa la leggenda"
(da "L' uomo che uccise Liberty Valance" 1962).
Approfondimento a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Scritto da Riccardo Di Gregorio, editato da Gianluca Ceccato)