Wicked: Parte 2 – Conoscersi e cambiarsi

Se c'è una verità che l'industria cinematografica ha faticato a ritrovare negli ultimi anni, soffocata da franchise stanchi e tentativi cinici di revival, è quella scintilla primordiale che rende il grande schermo un luogo di culto. Eppure, uscendo dalla sala dopo la visione di questo secondo capitolo, il pensiero è stato immediato e cristallino: se Hollywood vuole riportare la sua magia perduta al cinema, deve ripartire da opere come questa. Wicked: Parte 2 (For Good) era uno dei film più attesi dell'anno, un titolo caricato di aspettative titaniche dopo che il primo capitolo si era imposto come un vero e proprio fenomeno culturale, fissando uno standard elevatissimo per ciò che questa produzione avrebbe potuto rappresentare. Ma mentre il primo film era stato accolto da un plauso quasi unanime per la sua grandiosità, questa seconda parte è arrivata circondata da recensioni miste, più divise, forse meno pronte ad accogliere il cambiamento di tono. Ho aspettato più a lungo del solito per avvicinarmi a questa pellicola, quasi timoroso di vedere infranto l'incantesimo, ma sono felice di poter dire, con assoluta onestà, che ho amato questo film, con tutti i suoi difetti, le sue imperfezioni e la sua dolorosa bellezza. Al di là del gusto personale, niente più della coppia di film di Wicked, negli ultimi due anni, mi ha restituito la sensazione di stare guardando un "instant classic", un classico immediatamente riconoscibile che si mostra al mondo con l'orgoglio di chi sa di aver fatto la storia. È un trionfo su scala epica, una rifondazione di una delle storie più popolari di tutti i tempi. Per comprendere Wicked: Parte 2, è essenziale analizzarlo non come un'entità a sé stante, ma in relazione simbiotica e oppositiva con il suo predecessore. C'è una logica profonda, quasi biologica, che lega le due opere. Wicked - Parte 1 sta alla Parte 2 come l'adolescenza sta all'età adulta. Il primo capitolo è stato uno spettacolo puro: grande, sontuoso, un'opera di tre ore che volava via come se durasse trenta minuti. Era un film colorato e sgargiante, ironico e a tratti deliziosamente infantile, ma soprattutto era pregno di quella magia specifica che ti fa credere. Ti fa credere nella bellezza assoluta, nella prontezza di spirito, nell'impulsiva carica di adrenalina che si possiede solo quando si è giovani e si prende una decisione avventata, convinti di poter cambiare il mondo in un pomeriggio. Ti faceva credere nella magia stessa come forza tangibile, nella giustizia come valore assoluto e raggiungibile, nel poter affrontare anche le più subdole, terribili e tragiche avversità con quell'energia vitale che sembra non dover finire mai. Poi, però, il sipario cala, gli anni passano (o i minuti, nel tempo cinematografico), e tutto si fa più grigio. Tutto diventa più difficile, più complesso. Wicked: For Good incarna questo passaggio traumatico e necessario. Tutt'a un tratto non è più così facile capire come risolvere una situazione; la linea tra bene e male si sfoca, e non è più chiaro cosa significhi fare la scelta giusta per sé stessi o per il bene comune. Si passa dalla decisione ferrea e idealista al dubbio lacerante, dalla scelta netta e senza compromessi alla necessità del compromesso politico e morale. Questo film non è un epilogo allungato di due ore e venti, come alcuni temevano, ma una continuazione organica, una crescita. È una crescita sgraziata e disordinata, sì, con degli evidenti problemi di ritmo e di montaggio, ma è proprio grazie a quel montaggio così sgangherato, a quella struttura meno levigata, che il film riesce ad alternare ciò che prima era luminoso e chiaro con ciò che adesso è grigio, ombreggiato ed oscuro. È meno eccitante e grandioso del primo, forse, ma è anche più cupo e profondo, un aspetto che ho apprezzato immensamente perché riflette la verità della maturazione. La narrazione riprende le fila del discorso con urgenza. Il film segue Elphaba, ora temuta in tutto il regno come la Malvagia Strega dell'Ovest (The Wicked Witch of the West), nel suo tentativo disperato di rivelare la vera natura del Mago, smascherandolo per ciò che è realmente. Parallelamente, assistiamo all'ascesa di Glinda, che accresce il suo potere e la sua influenza pubblica diventando la Strega Buona di Oz. Mentre la storia si dipana, diventa chiaro che spetta a tutti loro, un'ultima volta, unirsi per restaurare Oz alla sua antica gloria. Affronterò subito le criticità, perché nascondere i difetti di un'opera che si ama sarebbe un disservizio alla sua integrità. I problemi principali risiedono nel ritmo e in alcune scelte narrative. È incredibile quanto velocemente si muova questo film. Se il primo capitolo indugiava in ogni momento, prendendosi il suo tempo per costruire il mondo e le relazioni, assaporando il viaggio verso la conclusione, questo secondo atto si lancia in avanti quasi incautamente. Non dovendo più gettare le basi del world-building, si sente libero di correre, seguendo le conseguenze dirette del primo film. Ammetto che è un po' straniante da vedere, specialmente se si guarda questa parte subito dopo la prima. Il cambio di marcia è brusco. C'è poco spazio per respirare dopo così tanti grandi momenti, e questa intensità continua può diventare faticosa. Inoltre, il tentativo di intrecciare molteplici sottotrame e di fondere senza soluzione di continuità gli elementi classici del Mago di Oz a volte trascina un pò il ritmo del film. Quei momenti di raccordo appaiono come divertenti per i fan, ma anche se sacrificano quella narrazione serrata e compatta che aveva reso la Prima Parte così straordinaria, nel progredire della pellicola, oltre che ad assumere un percorso narrativo indipendente dal classico del 1939, si integrano con inaspettato coraggio al mosaico tematico proposto. Del resto, come ho anticipato, non mi è dispiaciuta gran parte di questa "follia". La posta in gioco è sembrata genuinamente più alta, con la conclusione che diventava imminente e palpabile in ogni scena, tutto densamente focalizzato sulla vicenda. Ciò che ha impedito a questi difetti di rovinare il film è stato il modo sincero e solenne con cui tutto è stato approcciato. Attraverso tutte le assurdità che compongono questo universo fantastico, c'è una dedizione assoluta nel prenderlo sul serio. Sarebbe stato facile vedere i collegamenti con Il Mago di Oz e gli attributi generali della storia come qualcosa di sciocco o maldestro, come molti hanno fatto in passato. Personalmente, ho apprezzato che il film non si sia mai fermato per prendersi gioco della storia o lanciare frecciatine ironiche post-moderne. È un aspetto che condivide con il primo capitolo: attraverso la regia e le interpretazioni, nulla di tutto questo viene percepito come uno scherzo.

C'è un livello di lettura in Wicked: Parte 2 che va ben oltre la fiaba e che lo ancora saldamente alla nostra contemporaneità. Wicked, come tutto il grande intrattenimento contemporaneo e come ogni forma d'arte che voglia essere un minimo rilevante, è profondamente politico. E attenzione: non è una politica spicciola, non è solo un manifesto anti-Trump (perché, onestamente, arrivati a questo punto, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa), ma è qualcosa di più universale. È un manifesto anti-Demagogia. Il film punta il dito contro l'arte del parlare tanto per convincere molti a credere nel nulla; un nulla che si rivela distruttivo, violento, gretto, barbaro, xenofobo e omicida. Seguendo direttamente la linea editoriale della prima parte, l'opera denuncia e mette a nudo le disumanità di imbonitori e "venditori di favole" dove venditori è il termine chiave qui. Figure che, per sbaglio e per la pigrizia di una disumanità collettiva e dissennata, si sono trovate al potere con l'intenzione precisa di inventare dal nulla pericoli e nemici, di mentire e manipolare per tenere stretto quel trono, comodo comodo, del privilegio. Ed è proprio sul concetto di privilegio che il film sferra il suo colpo più duro. Ci mostra come il privilegio permetta anche alle persone fondamentalmente "buone" di concedersi il lusso di chiudere gli occhi davanti alle atrocità e al dolore altrui. In questa seconda parte, il rumore di questo dolore si fa vedere e sentire, soprattutto da chi, fino a quel momento, si era potuto permettere di ignorarlo. Qui assistiamo al cruciale cambio di prospettiva rispetto al primo film. Nella Parte 1 seguivamo Elphaba (Cynthia Erivo), l'emarginata, la "strega cattiva", che in realtà era l'unica acuta osservatrice del mondo attorno a lei; troppo intelligente, troppo empatica, troppo sveglia per un mondo che dormiva sonni tranquilli. Nella Parte 2, invece, assistiamo al progressivo e doloroso risveglio di Glinda (Ariana Grande). Se prima la vedevamo piangere per drammi romantici e questioni più effimere (o semplicemente più umane e adolescenziali), ora la vediamo prendere consapevolezza. Glinda realizza come la sua vicinanza al potere, il suo stesso privilegio, l'abbiano resa complice involontaria (fino ad un certo punto) di quel mondo che lei stessa non riconosce più. Quella vita, un tempo così radiosa, ora le appare buia. Questa consapevolezza, ottenuta attraverso scontri politici, perdite personali, dolori strazianti e tradimenti, sarà la chiave di volta per cambiare tutto. E, soprattutto, per cambiare lei, per sempre. In un panorama cinematografico dominato dalla Disney, è ironico, e forse un po' poetico, che sia proprio una produzione non-Disney a incarnare al meglio lo spirito dei classici della Casa del Topo. Il dittico di Wicked riesce ad essere, in un colpo solo (e due film), il miglior live action Disney degli ultimi decenni. Certo, è "apocrifo" per burocrazia e diritti, ma è purissimo per intenti e messinscena. Ritroviamo qui tutti gli elementi che hanno fatto sognare generazioni: mondi fatati costruiti con una cura maniacale, creature bizzarre, animali parlanti (il cui silenzio forzato è uno dei temi politici più forti), incantesimi travolgenti e un romanticismo strabordante. Ci sono numeri musicali grandi e coinvolgenti, che funzionano magnificamente anche quando si riducono a soliloqui intimi che esternano le gioie e i dolori dei protagonisti. C'è tutto, ed è fatto con la massima cura artigianale e con tutto l'amore possibile. Visivamente e tecnicamente, il film è incredibile. Tutto appare enorme, dettagliato e assemblato con precisione. Voglio sottolineare la direzione artistica e il montaggio (che, seppur caotico nel ritmo narrativo, è visivamente affascinante), specialmente nell'uso ricorrente di specchi e riflessi, metafora visiva della dualità dei personaggi. I colori sono più vibranti rispetto al primo film, e alcuni degli aspetti più strani della storia rendono la pellicola visivamente distinta e memorabile. Nonostante la magnificenza scenografica e la profondità politica, Wicked vivrebbe o morirebbe sulle spalle delle sue protagoniste. E fortunatamente, le performance sono l'aspetto più forte di questo film. Cynthia Erivo e Ariana Grande sono il centro splendente di entrambi questi film di Wicked. Sono metà del motivo per cui si va a vederli, e sono incredibili tanto quanto speravo che fossero. È affascinante vedere come le loro interpretazioni siano cambiate in questo secondo capitolo, mentre i loro personaggi mettevano in discussione la realtà in cui vivevano. Cynthia Erivo è assolutamente formidabile, proprio come lo era stata nella prima parte. La sua Elphaba è potente, vissuta, radicata. Lei è l'ancora emotiva, la forza della natura che non si piega. Ma è Ariana Grande la vera rivelazione, colei che spicca in modo sorprendente qui. La sua performance la renderà indubbiamente favorita per le nomination agli Oscar. La sua moderazione eleva Glinda a nuove vette. Ci cattura attraverso un viaggio emotivo devastante, mentre il suo personaggio deve gestire motivi insinceri, inganni e la disillusione verso i suoi idoli. La tragedia nella sua performance è davvero notevole, eppure mantiene intatta quella magia scintillante che definisce il personaggio. La Grande e la Erivo sono l'alpha e l'omega di tutto l'operato. Sono il climax canoro ed emotivo. Sono il motivo per cui ridiamo e piangiamo. La loro chimica ancora l'intero film e, anche nei momenti più oscuri, fanno emergere il cuore pulsante della storia.

Al centro di tutto, Wicked è una storia d'amore tra Elphaba e Glinda. Possiamo discuterne le sfumature se sia romantica o platonica, anche se l'intensità è innegabile. Per quanto ci siano degli ammiccamenti furbissimi per far contenti gli spettatori più "tifosi" e per quanto la sceneggiatura giochi con le aspettative, il legame tra le due streghe trascende le definizioni semplici. Nonostante ci sia un principio di eteronormatività incarnato dal Fiyero di Jonathan Bailey, il rapporto tra le due donne rimane il nucleo fondativo della vicenda. E a proposito di Bailey, è doveroso dire che il suo Fiyero è un personaggio meraviglioso e fondamentale, tutt'altro che un semplice "sex toy" o un belloccio messo lì per distrarre le protagoniste. Parlare del suo ruolo specifico sarebbe fare spoiler, ma la sua evoluzione è cruciale. Il viaggio di Elphaba e Glinda va dall'odio all'amore, dalla vicinanza simbiotica alla separazione straziante. Si sono conosciute, la strega cattiva e la strega buona, si sono amate profondamente e si sono, ancora una volta, cambiate per sempre ("Changed for good"). Anche in mezzo a tutta l'oscurità e ai conflitti tremendi, l'amore innegabile che condividono l'una per l'altra è ciò che risuona di più con il pubblico. È la bontà innata che fa sentire a tutti di essere stati cambiati dalla visione. Il cast di supporto merita un applauso altrettanto caloroso. L'ensemble è solido, con Marissa Bode e Ethan Slater che offrono grandi performance. Slater, in particolare, regala un paio di momenti genuinamente sorprendenti e, oserei dire, "spaventosi", rivelando un lato inedito del suo talento. Le loro voci sono sbalorditive e migliorano notevolmente il godimento complessivo del film. Anche se ho trovato che le canzoni non mi abbiano colpito con la stessa forza immediata della colonna sonora del primo film, portano comunque un barlume di scintilla essenziale, un tessuto connettivo musicale che è semplicemente meraviglioso. Tutto sommato, questo è un sequel più che godibile e profondamente emotivo. Wicked: For Good porta le nostre due protagoniste in luoghi emotivi affascinanti, offrendo livelli di eccitazione simili al primo film ma con una gravitas nuova. Devo essere onesto: non ero preparato a quanto sarebbe stato doloroso questo film, e non ero affatto pronto per quell'ultima scena. Non potevo pensare che potesse farmi stare così male. È un'esperienza che ti svuota e ti riempie allo stesso tempo. Nonostante l'atmosfera più pesante, il film si tiene stretto al suo tema centrale dell'amicizia, mantenendo tutto emotivamente radicato. È certamente più "imperfetto", più sporco, più pesante e più amaro del primo capitolo. Manca di quella perfezione patinata dell'adolescenza cinematografica che avevamo visto nella Parte 1. Eppure, proprio in questa imperfezione, proprio in questo dolore adulto e consapevole, risiede la sua grandezza. Mi lascia con un profondo desiderio di tornare a immergermi in questo "pianto colorato". È stato bellissimo tornare nel mondo incantato di Oz, anche se ora lo vediamo con occhi diversi, meno innocenti ma più saggi. Wicked: Parte 2 è una riformulazione di una delle storie più popolari di tutti i tempi su una scala epica e, a mio parere, è un trionfo. Se questo è ciò che Hollywood può ancora produrre quando decide di mettere il cuore oltre al budget, allora c'è ancora speranza per la magia del cinema. Un'opera che ci ricorda che, anche quando i sogni si infrangono e il grigio avanza, l'impronta che lasciamo nella vita degli altri è l'unica magia che conta davvero.
Recensione a cura della redazione di CINEMA IS NOT DEAD! (Alessandro Della Porta)
Seguici su Instagram